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Re: UN’ANTICA PAROLA NAPOLETANA: SCHITTO
Carissimo Raffaele, nella letteratura napoletana occorre il lanternino per cercare “schitto” col significato di “scapolo”. Io non l’ho trovato. Trovo, invece, molto diffuso il valore di “solo” come avverbio. Basile ***chi avesse armo de toccare schitto sto saporiello de li guste d’Ammore, ***che te veneva stommaco e ’nsavuorrio a vederelo schitto: ***lo quale era la chiù strasformata cosa de lo munno, che ’n vederelo schitto faceva venire lo tremmolese, ***tu schitto hai contra stommaco la figlia! Cortese ***Passaie lo tiempo ch'io scriveva priesto: Mo, frate, scacarria quanto aggio scritto Pe crepantiglia, e pe bedere schitto Ca maie fortuna no' me ieze a siesto. ***Schitto che tu le dinghe no cetrulo de Pettorina te fa satorare de cótene te carreca no mulo e te dà quanto maie pote abboscare Sgruttendio ***Chella, che s'essa te sguardava schitto T'annivenava, o stisse a monte o a chiano, Si camminave o vero stive fitto, Se n'è allicciata, bello, chiano chiano, Impostare l’etimologia di una parola su un presunto significato originario, non dimostrato e desueto, può essere distorcente. Così il pensare a “schitto” come scapolo, “single”, da cui sarebbe derivato l’avverbio “soltanto”, a me suona poco convincente.
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Re: UN’ANTICA PAROLA NAPOLETANA: SCHITTO
Non conoscendo il napoletano e quindi il suo universo "fonosemantico" con le sue specifiche armonie d'influenza, il suo interno ordine mnemonico, la sua sedimentazione nella dinamica etno-anatomica, ... non posso più di tanto esprimere, però mi sembra sensata e non priva di valore l'osservazione, colta, fatta da Salvatore.
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Re: UN’ANTICA PAROLA NAPOLETANA: SCHITTO
x Salvatore e Berto. Carissimi, posso concordare che trovare (negli scritti partenopei)la parola schitto nel significato di nubile, scapolo sia molto difficile, ma non bisogna dimenticare che spesso , più che nello scritto le parole si trovano nel parlato e nel caso del napoletano non bisogna dimenticare che talune parole come schitto è possibile siano state mutuate da altro linguaggio (siciliano) trattandosi per Napoli e Sicilia di territori appartenenti ad un medesimo stato con naturali scambi d'àmbito linguistico-culturali, come alibi avvenne con Abruzzo, Basilicata, Puglia e Calabrie. BUONE FESTIVITA'
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| UNA DOMANDA PER I LOMBARDI | Rispondi |
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Leggo tra i proverbi di Lombardia: I mort i riven con i pe neir e i van con i pe bianc. I morti arrivano con i piedi neri e vanno con i piedi bianchi (Livigno). Mi riesce impossibile intendere il significato recondito del proverbio. C'è qualche amico lombardo che vuole spiegarmelo, con parole semplici? Grazie! Raffaele
PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it | |
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| RANCO, RANGO E DERIVATI | Rispondi |
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RANCO, RANGO E DERIVATI Tratto qui di sèguito di due parole e delle relative derivate, parole che essendo molto assonanti potrebbero apparire addirittura ( ma cosí non è..) uguali. La prima: ranco è essenzialmente parola napoletana, ma l’ò trovata pure in qualche dizionario italiano come nome che à generato i verbi arrancare ed altri; il ranco partenopeo identifica il crampo, lo spasmo di un arto (e piú spesso di quegli superiori donde la famosa fraseologia napoletana che poi illustrerò: tené ‘nu ranco ê mmane : avere un crampo alle mani; etimologicamente la parola ranco piú che (come proposto da qualcuno) dal basso latino *crancus, peraltro non attestato,ma ricostruito, equivalente del classico cancer = granchio , penso debba collegarsi, sebbene non direttamente, ma attraverso il veneziano ranco, (mette conto non dimenticarsi dei numerosi contatti linguistici oltre che mercatali dei marinai delle due repubbliche marinare), all’antico tedesco rank = storto, ricurvo molto piú adatto del precedente granchio, per indicare la posizione rattrappita dell’arto colpito dal crampo o contrattura muscolare; rammenterò ora come sia molto rappresentativo il collegare attraverso l’espressione tené ‘nu ranco ê mmane : avere un crampo alle mani la figura dell’avaro, dello spilorcio abituati ad aver sempre la mano serrata, con quella di colui che sia vittima di una contrazione muscolare o crampo che lo costringa a non distender la mano; dalla voce partenopea ranco il toscano à derivato i verbi: rancare, arrancare, ranchettare ed addirittura l’inusuale arranchettare tutti indicanti piú o meno il camminare zoppicando come di chi abbia gli arti inferiori torti o rattrappiti, e per estens., il procedere con fatica; di tutti questi verbi l’arrancare, nel medesimo significato di procedere con difficoltà, è ritornato nel napoletano a tener compagnia a ranco. Cosa molto diversa da ranco è la voce rango (peraltro non presente nel napoletano) dove è sostituita a seconda dei casi o da felèra/filèra (dal latino filum attraverso il francese filer) o da squatra (dal latino exquadra(ta) attraverso lo spagnolo esquadra) se si vuole intendere la schiera, la riga di soldati; per il significato traslato ci si limita a fornire di adeguata aggettivazione il nome di riferimento: ad es.: ‘nu grande scrittore, ‘nu grand’artista, ed iperbolicamente addirittura ‘na femmena cu ‘e ppalle contravvenendo ogni regola di buone maniere…oltre eventuali studi di… medicina! Con la voce rango si intende in effetti essenzialmente la schiera, la fila, la riga di soldati ed estensivamente e per traslato il grado, la condizione,il ceto sociale:es: una donna di (alto) rango o di vaglia o uno scrittore, un artista di rango, (fig.) di notevoli qualità. Et de hoc satis. Raffaele Bracale
PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - RAFFAELE.BRACALE@FASTWEBNET.IT | |
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Re: RANCO, RANGO E DERIVATI
rango in genovese=zoppo
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| ALCUNE VOCI INSOLITE E DESUETE DEL NAPOLETANO | Rispondi |
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ALCUNE VOCI INSOLITE E DESUETE DEL NAPOLETANO Rispondendo ad una richiesta della sig.ra A.C. (al solito, per questioni di privatezza mi tocca evitare di indicare per esteso nome e cognome) elenco ed illustro qui di seguito alcune voci napoletane insolite e desuete tutte comunque riferentesi ad antichi mestieri. Abbiamo dunque: 1 -Copetaro/cupetaro = produttore e venditore al minuto di copete/cupete ( sorta di torrone cio¨¨ dolce fatto con mandorle e pistacchi o noci e con miele); la voce copeta/cupeta da cui copetaro/cupetaro deriva dall¡¯arabo qubaita/qupaita; 2 ¨C Stregnitoraro/strignitoraro e non Stringnitoraro = venditore al minuto di fasce per neonati dette in napoletano stregnetora/e o strignetora/e derivata dal verbo stregnere=stringere; 3 - pallottinaro/palluttinaro = produttore e venditore al minuto di cartucce artigianali per fucili da caccia; le cartucce riempite, a seconda delle occorrenze con pallini di piombo di diversa misura, son dette in napoletano palluttina/o diminutivo derivato da palla; 4 - ferlingi¨¦ro= cambiavalute; voce del tutto desueta ed abbandonata gi¨¤ nel tardo ¡®800 quando fu sostituita in toto da cagnacavallo voce che gi¨¤ nel ¡®700 aveva affiancato la voce a margine; ferlingi¨¦ro indic¨° chi esercitasse su banchetti di fortuna,in aree di mercato, il mestiere, spesso non autorizzato, di cambiavalute. La voce nacque marcandola sull¡¯antico francese ferling = piccola moneta divisionale; da tale ferling trasse anche l¡¯italiano antico ferlino/furlino= nome generico di una piccola moneta; la voce cagnacavallo= cambiavalute fu formato agglutinando la voce verbale cagna (3¡ã p. sg. p. ind.dell¡¯infinito cagn¨¤/are=cambiare dal lat. tardo cambiare, di orig. gallica; il napoletano cagnare/¨¤ presuppone una forma cammjare¡úcagnare come simja che d¨¤ scigna; alla voce verbale cagna ¨¨ addizionato il s. cavallo moneta di rame di Ferdinando I d¡¯Aragona, moneta che portava impressa la testa d¡¯un cavallo donde il nome; talvolta il nome cavallo era contratto in callo come nel caso del famoso tre calle, moneta equivalente a mezzo tornese; il sostantivo tornese (in nap. turnese ¨¨ voce derivata dal lat. turonensem =di Tours: in quanto i primi tornesi furono battuti in quella citt¨¤ francese; il tornese valeva sei calli (ca(va)lli) e fu moneta fatta coniare da Filippo III di Spagna intorno al 1550; su detta moneta era inciso il motto publica commoditas donde si ricav¨° popolarmente il termine metatetico prubbeca/pubbreca con il quale si indicava (alternativamente a tornese) la moneta del valore di sei ca(va)lli; 5 - cat¨¤ro artigiano produttore e venditore al minuto di cati cio¨¨ secchi con doghe e fondo di legno e manico in metallo; la voce ¨¨ marcata sul sost. - cato cio¨¨ bigonciolo, secchio in forma di tronco di cono, ma indefettibilmente con fondo e pareti in doghe di legno (cosa che lo distingue da altri secchi che possono esser di vario materale...) ed unico manico ad arco in metallo, secchio usato quasi esclusivamente per contenere acqua e dai pescivendoli per tenervi arselle, vongole, cozze ed ogni altro mollusco od anche crostacei; l¡¯etimo di cato ¨¨ dal lat. cadus che ¨¨ dal greco kad¨®s.; 6 - cafar¨¤no/cafar¨¤ro ma anche caffar¨¤no/caffar¨¤ro manovale salariato addetto negli oliveti a scavare attorno agli olivi i cosiddetti caf¨¤ri/caff¨¤ri; il caf¨¤ro/caff¨¤ro ¨¨ il solco profondo scavato attorno a gli olivi, al fine di favorirne l¡¯rrigazione; la voce caf¨¤ro/caff¨¤ro donde cafar¨¤no/cafar¨¤ro o caffar¨¤no/caffar¨¤ro deriva dal greco k¨¤rabos=gola; 7 - vardaro artigiano-cuoiaio produttore e venditore al minuto di varde e/o finimenti. La varda ¨¨ un basto o una piccola sella senza arcioni in cuoio per asini e muli, voce derivata dall¡¯arabo barda. Raffaele
PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - RAFFAELE.BRACALE@FASTWEBNET.IT | |
| SCARDA & dintorni | Rispondi |
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SCARDA & dintorni Sollecitato dall’amico L.P. (al solito, motivi di privatezza mi impongono di non riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) mi occuperò della voce in epigrafe, per segnalarne la doppia valenza (positiva o negativa) determinata da un eventuale specificativo che accompagnasse il sostantivo scarda; di per sé la voce scarda, che è pari pari anche nel siciliano, nel pugliese ed in altri linguaggi meridionali, considerata da sola e senza aggiunte specificative vale: pezzo, scheggia frammento, scaglia (di legno, di vetro o di altro); per ciò che attiene l’etimo, il D.E.I. si trincera dietro un pilatesco etimo incerto una scuola di pensiero (C. Iandolo) propone una culla tedesca sarda= spaccatura, qualche altro (Marcato) opta per una non spiegabile, a mio avviso, derivazione da cardo che dal lat. cardu(m) indica quale s. m. 1 pianta erbacea con foglie lunghe, carnose, di colore biancastro, commestibili (fam. Composite) | cardo mariano, pianta erbacea con foglie grandi e infiorescenze globose a capolino (fam. Composite) | cardo dei lanaioli, pianta erbacea con foglie fortemente incise e infiorescenze a capolino, di colore azzurro, con brattee uncinate, usate per cardare la lana e pettinare le stoffe (fam. Dipsacacee) 2 il riccio della castagna ed ognuno vede che non v’à alcun collegamento semantico possibile tra questa pianta ed un pezzo, scheggia frammento, scaglia (di un qualcosa). A mio modo di vedere è molto piú opportuno chiedere soccorso etimologico al francese écharde: scheggia. Sistemata cosí la questione etimologica, affrontiamo quella semantica ricordando che in napoletano con l’accrescitivo femminile scardona la voce in epigrafe assume un significato del tutto positivo valendo gran bel pezzo di ragazza,di donna; con la voce scardona viene infatti indicata una donna giovane, bella, alta, formosa fino ad esser procace; al contrario una valenza affatto negativa la voce in epigrafe l’assume nell’espressione sî‘na scarda ‘e ruagno che ad litteram è: sei un coccio di vaso da notte Così con gran disprezzo si usa definire chi sia sozzo, spregevole ed abietto al punto da poter essere paragonato ad un lercio coccio di un vaso da notte infranto, vaso che è più piccolo e basso di quello detto càntaro o càntero. Per ciò che attiene alla etimologia della parola ruagno, dirò che essendo solitamente questo vaso di comodo ubicato nei pressi del letto per essere prontamente reperito in caso di impellente necessità, scartata l’ipotesi fantasiosa che ne fa derivare il nome da un troppo generico greco organon (strumento), penso si possa aderire all’ipotesi che fa derivare il ruagno da altro termine greco, quel ruas che indica lo scorrere, atteso che il ruagno era ed in alcune vecchie case dell’entroterra campano ancóra è destinato ad accogliere improvvisi scorrimenti viscerali o derivanti da cattiva ritenzione idrica. Rammento a mo’ di completamento le voci càntaro o càntero alto e vasto cilindrico vaso dall’ampia bocca su cui ci si poteva comodamente sedere, vaso deputato a contenere le deiezioni solide; etimologicamente la voce càntaro o càntero è dal basso latino càntharu(m) a sua volta dal greco kàntharos; rammenterò ora di non confondere la voce a margine con un’altra voce partenopea cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia l’oncia richiamata…)); molti napoletani sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)! E qui mi fermo convinto d’avere esaurito l’argomento. Raffaele
PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it | |
| CAVATAPPI, CAVATURACCIOLI & TIRABBUSCIÒ/ TIRABUSCIÒ | Rispondi |
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CAVATAPPI, CAVATURACCIOLI & TIRABBUSCIÒ/ TIRABUSCIÒ Quell’ utensile di varia foggia, munito di una punta a spirale, con cui si estraggono i tappi di sughero (ed oggi anche di silicone) da bottiglie o fiaschi viene detto in lingua italiana alternativamente o cavatappi oppure cavaturaccioli, mentre in napoletano il medesimo oggetto è détto tirabbusciò/tirabusciò. Intendo qui di seguito esaminare le tre voci riportate: cavatappi, cavaturaccioli,tirabbusciò/tirabusciò cominciando col dire che le due voci dell’italiano sono molto meno precise della voce napoletana; infatti sia cavatappi che cavaturaccioli sono sostantivi formati agglutinando una volta il sostantivo tappi (pl. di tappo, dal francone tappo), un’altra volta il sostantivo turaccioli (pl. di turacciolo deriv. di turare dal lat. volg. *turare), con la voce verbale cava (3° p.sg. dell’infinito cavare che con etimo dal lat. cavare 'render cavo', deriv. di cavus 'cavo' come significato primo à quello di scavare, fare una buca in profondità e poi, con gratuiti ampliamenti semantici: levarsi, togliersi di dosso qualcosa: cavarsi il cappello | cavarsi un capriccio, una voglia, soddisfarli | cavarsi la fame, mangiare a sazietà | cavarsela, superare piú o meno brillantemente una situazione difficile |ricavare, ottenere: da quell'individuo non si cava nulla di buono e solo con un’evidente forzatura semantica il verbo cavare vale estrarre, tirar fuori, estirpare: cavare un dente | non riuscire a cavare nulla di bocca a qualcuno, (fig.) non riuscire a farlo parlare | non cavare un ragno dal buco, (fig.) non riuscire a nulla; ma di per sé il verbo cavare contiene in sé l’idea dello scavare, del render cavo e non si comprende proprio in quale occasione ed in che modo il cavatappi o cavaturaccioli adempiano il compito di scavare o render cavo alcunché. In realtà gli aggeggi di cui dico servono solo ad estrarre, a tirar fuori dal collo di bottiglie o fiaschi i tappi o turaccioli e tale occorrenza è piú esattamente rappresentata dal sost. napoletano tirabbusciò/tirabusciò (derivato dritto per dritto dal francese tire-bouchon = tira-tappo) ed ò détto piú esattamente rappresentata in quanto la voce napoletana è formata da un’ agglutinazione che parte dalla voce verbale tira ( dal verbo tirare (dal lat. volg. *tirare, forse alterazione del class. trahere 'trarre')= estrarre, ed il verbo tirare è molto piú adatto di cavare per indicare l’azione operata dall’utensile con cui si estraggono i tappi di sughero ed oggi anche di silicone, da bottiglie o fiaschi. A questo punto ed alla luce di tutto quel che ò detto, penso proprio (e ne lancio la provocatoria proposta) che anche in italiano (mettendo da parte cavatappi e cavaturaccioli) si possa accogliere il napoletano tirabusciò ringraziando il francese che ce lo à fornito! Raffaele Bracale
PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - RAFFAELE.BRACALE@FASTWEBNET.IT | |
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| trnis | Rispondi |
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mi sapete indicare l'origine del termine "trnis", usato in puglia e basilicata con il significato di soldi o denaro. p.e. non tegn i trnis (non ho i soldi).
mi (visiting from Italy) | |
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Re: trnis
Esimio correttamente la voce che tu indichi come trnis, in realtà si scrive ternise/turnise = tornesi antica moneta in uso nel REAME di NAPOLI
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Re: trnis
Esimio correttamente la voce che tu indichi come trnis, in realtà si scrive ternise/turnise = tornesi antica moneta in uso nel REAME di NAPOLI
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Re: trnis
da noi si dice proprio come ho riportato "trnis". grazie per la risposta
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Re: trnis
Esimio, non metto in dubbio che all'orecchio ternise/turnise possa giungere come trnis; in effetti la e/u pretonica e quella finale sono di tipo evanescente, per cui si sentono poco, ma nello scritto vanno segnate! Vale! Raffaele
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| NAPOLETANISMI E/O MERIDIONALISMI NELL’ITALIANO2° | Rispondi |
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NAPOLETANISMI E/O MERIDIONALISMI NELL’ITALIANO parte 2° Proseguiamo con l’elencazione delle voci napoletane e/o meridionali pervenute nell’italiano. Mozzarella s.f. 1 formaggio fresco di origine campana e bassolaziale, a pasta bianca e molle, in forme rotondeggianti, prodotto tassativamente con latte di bufala 2 (fig.) persona estremamente fiacca. Ci troviamo a parlare di una voce nata in Campania e poi adottata nel basso Lazio ed infine trasmigrata nel lessico nazionale; per il vero la voce mozzarella dovrebbe essere d’uso esclusivo di Campania e basso Lazio in quanto è in tali regioni e non in altre che viene prodotta l’autentica, vera mozzarella formaggio fresco a pasta bianca e molle, in forme quasi sferiche, prodotto tassativamente con latte di bufala; formaggi simili prodotti in altre regioni con latte vaccino usurpano il nome di mozzarella di cui copiano i sistemi di lavorazione ,ma non l’ingrediente di base: il latte intero di bufala, di modo che tuttalpiú possono chiamarsi fiordilatte= (formaggio fresco di pasta filata, molle e cruda, prodotto con latte di vacca) ma non mozzarella che etimologicamente è un deverbale di mozzare = troncare in un sol colpo una parte da un tutto, come avviene nel caso appunto delle mozzarelle che in pezzi di circa 3 etti cadauno vengono troncati (un tempo a mano, oggi anche con l’ausilio di mezzi meccanici),mediante torsione e strappo (mozzatura) da un filone di pasta filata , filone ricavato dalla lavorazione artigianale, con procedure trasmesse di padre in figlio, di latte intero di bufala. ‘ndrangheta s.f. voce di origine meridionale (Calabria) usata per indicare e connotare una delinquenza organizzata di tipo mafioso, che è propria di quella regione, voce che però,(prevengo l’obiezione d’un qualche lettore pignolo) quantunque normalmente in uso nel parlato e nel lessico dei media, molti vocabolarî (D.E.I. – Treccani – De Mauro) della lingua italiana sono restii a registrare e non se ne comprende il motivo, visti diffusione ed uso del vocabolo(che à valicato i confini regionali) e che etimologicamente deriva da una voce del greco di Calabria, corrispondente al gr. classico (a)ndragathía 'coraggio, valore'; l’aferesi della vocale d’attacco mi induce a preferire la scrittura ‘ndrangheta piuttosto che ndrangheta: sono un appassionato, si sa, anche dei pletorici segni diacritici! Palo s.m s. m. 1 (edil.) elemento strutturale di legno, cemento armato o acciaio, generalmente cilindrico con un'estremità appuntita o munita di punta riportata (puntazza), che si conficca totalmente nel terreno per consolidarlo o per servire da sostegno ad altre strutture: palo di fondazione, di sostegno 2 qualsiasi asta di legno o di altro materiale rigido che si innalzi verticalmente dal terreno in cui è parzialmente conficcata: palo della luce, del telegrafo; i pali di recinzione, di sostegno del cancello | supplizio del palo, impalamento | ritto come un palo, si dice di persona che è rigidamente eretta; impettito | (estens.) struttura verticale a traliccio d'acciaio per il sostegno di importanti linee elettriche: i pali dell'alta tensione. DIM. paletto, paluccio 3 (sport) ognuno dei due sostegni della traversa che, con questa, delimitano la porta nel campo di calcio, di rugby ecc.: incrocio dei pali, intersezione tra un palo e la traversa | (estens.) tiro che colpisce un palo | palo di partenza, d'arrivo, nell'ippica, quelli che all'interno della pista indicano l'inizio e la fine del percorso | restare al palo, non partire; (fig.) perdere una buona occasione 4 (mar.) albero poppiero con vele di taglio, in un veliero con altri alberi a vele quadre: nave a palo, classico veliero a tre alberi e un palo 5 (arald.) pezza onorevole che occupa verticalmente il terzo di centro dello scudo 6 (gerg.) chi vigila mentre i compagni compiono un furto. È proprio in quest’ultima accezione che la voce di origine gergale campana ed in genere meridionale, è pervenuta nel lessico nazionale a vele spiegate (lessico dei media) nel significato, appunto, di complice che tiene bordone ai proprî pari piantandosi di guardia come… un palo. Etimologicamente è voce derivata dal lat. *pa(g)lu(m), affine a pangere 'conficcare'. Palombaro s.m. voce napoletana (quantunque(cfr. R. Andreoli e altri) attestata nei vocabolarî partenopei come palummaro), voce poi pervenuta nell’italiano, usata per indicare chi esegue lavori sott'acqua (pesca, ricerche, ricuperi ecc.) munito di scafandro; è voce che deriva per metafora da un lat. tardo *palumbariu(m) 'sparviero', perché immergendosi richiama l'immagine dello sparviero che cala sulla preda. - Paglietta s. f. o m. vocedi origine partenopea sia come s. f.le che m.le; letteralmente, come s.f. : paglietta, piccola paglia ( dal lat. palea(m)) tipico copricapo originariamente da uomo, di rigida paglia intrecciata, con cupolino alto, bordato con un’ampia fascia di seta, e tesa breve, copricapo usato specialmente nella bella stagione e poi moltissimo in teatro da attori comici (il piú famoso fu Nino Taranto(Napoli 1907- †ivi 1986) cantante ed attore insuperato interprete delle macchiette napoletane(canzoni di argomento divertente e/o comico, ricche di recitativi che ne favorivano l’interpretazione caricaturale;Taranto, su suggerimento di Gigi Pisano (Na 1889 –† ivi 1973 poeta ed attore) fecondissimo e facondissimo autore, spessissimo in coppia con il musicista GiuseppeCioffi (Na 1901 – †ivi 1976), indossò la paglietta tagliando a pizzi triangolari la parte del davanti della tesa; e la paglietta cosí tagliata divenne il suo segno distintivo, imitato in sèguito da altri cantanti comici partenopei; la paglietta fu poi ai principî del 1900 il copricapo abituale di molti giovani e non molto esperti avvocati o legulei al segno di divenirne quasi un emblema e con la voce paglietta inteso come s. m.le si finí per indicare un avvocato cavilloso e parolaio, ma inaffidabile in quanto non molto esperto o attento conoscitore di codici e leggi; la voce partenopea, in ambedue le accezioni, è stata recepita dal lessico nazionale. Panzerotto s.m. (gastr.) grosso raviolo ripieno di prosciutto, formaggio, uova e altri ingredienti, per lo piú fritto; è una specialità pugliese, voce dunque di culla meridionale, recepita però nel lessico nazionale dove talvolta è improvvidamente confuso con altro termine partenopeo panzarotto specialità della cucina napoletana; voce con cui si indica una tipica frittella di forma cilindrica, frittella lunga 10, 12 cm.ricavata da un impasto di patate lesse e schiacciate, farina, rossi d’uova, sale, pepe, erbe aromatiche, farcita di pezzetti di salame e bastoncini di mozzarella,frittella intinta nella chiara d’uovo, rollata nel pan grattato e fritta in olio bollente e profondo; allor che la parola panzarotto emigrò nella lingua toscana ecco che, inopinatamente,forse per confusione con il panzerotto pugliese, perdette la seconda a (per altro etimologica e dunque sacrosanta) in favore della chiusa E ritenuta piú elegante e consona alla lingua di Alighieri Dante, contendandosi di panzerotto voce con la quale, come ò detto, non si indicò piú la frittella di pasta di patata, ma una sorta di piú o meno grosso raviolo di semplice pasta lievitata rustica o dolce adeguatamente imbottito di ingredienti salati (ricotta, formaggi etc.) o dolci (marmellate, uvetta etc.) e la frittella di patate divenne, nell’italiano, crocchetta o crocchè, assegnandole scioccamente ed erroneamente (la frittella di patate non deve esser croccante, ma morbida e tenera!) un nome mutuato dal francese croquant = che crocca, nella fallace convinzione che una preparazione di origine popolare e rustica si ingentilisca e diventi di nobile prosapia se le si assegna un elegante nome francesizzante, come alibi già capitò con l’umile, ma gustosa frittata che,diventata omelette, non migliorò…, né d’altra parte lo poteva: era già buona di suo! Etimologicamente sia ilpanzerotto pugliese che il panzarotto napoletano derivano quali diminutivi con riferimento al rigonfiamento sia del panzerotto che del panzarotto. dal s. panza (lat.pànticem→pan(ti)cem, donde per metaplasmo pan(ti)cia→ pan(ti)cja→panza.). Paranza s. f. 1 grossa barca, un tempo a vela latina, oggi a motore, usata per la pesca a strascico; 2 (estens.) rete da pesca a strascico, trainata da una o due paranze; sciabica. Trattasi di una voce tipicamente meridionale (usata nel lessico dei pescatori della Campania,Calabria, Puglia, Sicilia); quanto all’etimo forse è voce deriv. di paro 'paio', perché queste imbarcazioni procedono spesso in coppia, ma mi sembra migliore e piú interessante l’idea dell’amico prof. C.Iandolo che legge in paranza un part. pl. neutro parantia dal verbo parare, p.p. poi inteso f.le sg. aggettivale di un sottinteso ratis,cymba= barca che procura(pesce). pastiera s. f. torta che in un involucro di pasta frolla contiene un ripieno di ricotta zuccherata, uova intere, grano bollito e macerato nel latte,crema pasticciera, canditi ed aromi; è la insuperabile ed insuperata specialità della pasticceria napoletana. È dolce che viene tradizionalmente approntato per festeggiare il ritorno della primavera in concomitanza con la festività della Pasqua. Come ò già detto e qui ripeto,questo dolce è tipico della zona napoletana e viene preparato in occasione della festività primaverile della santa Pasqua e la sua ricetta è molto antica. Da qualcuno, ma non so quanto veridicamente, si afferma che la pastiera, , accompagnò le feste pagane celebranti il ritorno della primavera, durante le quali le sacerdotesse di Cerere portavano in processione l'uovo, simbolo di vita nascente, mentre il grano o il farro, misto alla morbida crema di ricotta, potrebbero derivare dal ricordo del pane di farro delle nozze romane, dette appunto confarreatio= confarreazione, una delle forme legali del matrimonio romano, la piú solenne (tanto che un matrimonio celebrato in questa forma non poteva esser mai sciolto!) che prendeva il nome dalla focaccia di farro farcita di ricotta offerta agli sposi e a Giove. Un'altra ipotesi circa l’origine della pastiera la fa risalire alle focacce rituali che si diffusero all'epoca di Costantino il Grande, derivate dall'offerta di latte e miele, che i catecu*Questo dolce è tipico della zona napoletana e viene preparato in occasione della festività primaverile della santa Pasqua e la sua ricetta è molto antica. Da qualcuno, ma non so quanto veridicamente, si afferma che la pastiera, , accompagnò le feste pagane celebranti il ritorno della primavera, durante le quali le sacerdotesse di Cerere portavano in processione l'uovo, simbolo di vita nascente, mentre il grano o il farro, misto alla morbida crema di ricotta, potrebbero derivare dal ricordo del pane di farro delle nozze romane, dette appunto confarreatio= confarreazione, una delle forme legali del matrimonio romano, la piú solenne (tanto che un matrimonio celebrato in questa forma non poteva esser mai sciolto!) che prendeva il nome dalla focaccia di farro farcita di ricotta offerta agli sposi e a Giove. Un'altra ipotesi circa l’origine della pastiera la fa risalire alle focacce rituali che si diffusero all'epoca di Costantino il Grande, derivate dall'offerta di latte e miele, che i catecumeni ricevevano nella sacra notte di Pasqua al termine della cerimonia battesimale. Per il vero la versione originale della pastiera napoletana, versione nata nel contado partenopeo, consistette ed in taluni paesi ancóra consiste ( sia pure con il nome di pizza doce ‘e tagliuline) in una sorta di frittata o timballo di pasta, frittata o timballo dolci fatti mescolando uova, zucchero, ricotta ed aromi con la pasta lessa (spaghetti o vermicelli o tagliolini) scondita,avanzata in quanto eccedente il fabbisogno dei commensali; dalla parola pasta addizionata del suffisso femm. di pertinenza iera deriva etimologicamente la voce a margine, voce pervenuta nell’uso dell’italiano e finita – a disdoro dei napoletani - nelle mani di molti pasticcieri, che non essendo campani, mai dovrebbero osare di approntare un dolce sacramentale quale è la pastiera, dolce che solo i napoletani o i campani sono autorizzati a preparare! Pittare voce verbale originaria del napoletano usata nel significato di pitturare, dare la tinta, il colore, spec. a pareti e infissi etc., dipingere: il medico salí fino al piccolo cancello... pittato in verde (GADDA).Rammento che l’italiano prima di accogliere la voce napoletana a margine ed usarla nei soli significati di pitturare, tinteggiare, imbiancare (laddove il napoletano con la voce pittare fa riferimento anche ad attività artistiche ad es.: pittare un quadro= dipingere – pittare una volta=affrescare) dicevo prima di accogliere il napoletano pittare, già aveva un omografo ed omofono pittare v. int. detto di pesce, dare successivi strappi intorno all'amo, senza abboccare. In questa accezione la voce pittare è un derivato del dialetto genevese dove vale beccare; nell’accezione del napoletano pittare deriva invece dal lat. *pictare, iterativo di pingere 'dipingere'. Pizza s.f. 1 (gastr.) focaccia di pasta lievitata, dolce o salata: pizza rustica; pizza pasquale | per antonomasia, focaccia di forma molto schiacciata condita con olio, pomodoro e altri ingredienti; è una specialità napoletana oggi diffusa ovunque: pizza margherita, marinara, quattro stagioni. DIM. pizzetta 2 nel linguaggio cinematografico, la scatola piatta e circolare in cui si custodisce un rotolo di pellicola; per estens., la pellicola stessa con riferimento semantico al fatto che la pizza/focaccia è di forma rotonda, spesso con bordi alti; 3 (fam. fig.) persona o cosa estremamente noiosacon riferimento semantico al fatto che la pizza/focaccia tavolta se non è ben lievitata risulta greve ed indigesta tal quale una persona noisa. Voce di incontrovertibile origine partenopea: la fama della pizza napoletana à varcato i confini non solo regionali, ma nazionali affermandosi ovunque come la miglior focaccia rustica, salata condita con olio, pomodoro e altri ingredienti. Quanto all’etimo qualcuno ne propone uno forse di origine germ., da un antico alto longob. Bizzo- pizzo 'morso, focaccia'; trovo molto piú perseguibile l’idea di chi lègge in pizza un’originaria pinza→pizza= schiacciata derivata del verbo lat. pinsere= pigiare, pestare, schiacciare. Voci derivate, nel napoletano e poi anche nell’italiano, da pizza sono: pizzaiolo s.m. f. -a] chi fa le pizze; gestore di una pizzeria; pizzaiola s.f. che indica ovviamente il femm.le della voce pizzaiolo, mentre nella loc. agg. e avv. alla pizzaiola, si dice di vivanda cotta in un sugo con olio, salsa di pomodoro, aglio, sale, pepe e origano: carne, pesce alla pizzaiola; cuocere (le melanzane) alla pizzaiola. Provola s. f. formaggio a pasta filata semidura, per lo piú, se non tassativamente, di latte intero di bufala, che si mangia fresco o piú spesso affumicato; è specialità dell'Italia meridionale; per esser precisi si tratta di una mozzarella di piú gran pezzatura: fino a 9 etti rispetto ai 3 della classica mozzarella, moderatamente salata e poi affumicata DIM. provolina, provoletta. Quanto all’etimo se ne propone(forse perché quel tipo di formaggio serviva all’assaggio) una derivazione da prova che è dal verbo provare (cfr. il lat. probare 'trovare buona una cosa, approvarla', deriv. di probus 'buono'; voce accrescitiva (cfr. il suff. one) di provola è la voce seguente Provolone s. m. formaggio a pasta filata dura, dolce o piccante, prodotto con latte di vacca intero; è tipico dell'Italia meridionale, segnatamente delle zone campane (provolone del monaco etc.) anche se pervenuta la voce nell’italiano è stata usata per identificare qualsiasi formaggio a pasta filata dura, dolce o piccante, prodotto con latte di vacca intero, da qualunque produttore della penisola e non piú da imprese artigianali e/o industrie casearie meridionali. recchione o ricchione, s. m. omosessuale maschile, pederasta,gay, vocabolo che, partito dal lessico partenopeo, è approdato per merito o colpa di taluna letteratura minore ed altre forme artistiche quali: teatro cinema e televisione, nei piú completi ed aggiornati vocabolarî della lingua nazionale dove viene riportata come voce volgare, nel generico significato di omosessuale maschile. Molto piú precisamente della lingua nazionale, però, il napoletano con i vocaboli a margine non definisce il generico omosessuale maschile, ma l’omosessuale maschile attivo quello cioè che nel rapporto sodomitico svolge la parte attiva; chi invece svolge la parte passiva è definito nel napoletano : femmenella che è quasi: femminuccia, piccola femmina ed è etimologicamente dal latino fémina(m) con raddoppiamento popolare della postonica m tipico in parole sdrucciole piú il consueto suffisso diminutivo ella. Torniamo al recchione - ricchione precisando súbito che nel napoletano tale omosessuale maschile non va confuso (come invece accade nell’italiano)con il pederasta il quale, come dal suo etimo greco: pais-paidos=fanciullo ed erastós=amante, è chi intrattiene rapporti omosessuali con i fanciulli;per il vero la lingua napoletana non à un termine specifico per indicare il pederasta e ciò probabilmente perché la pedofilía o pederastía fu quasi sconosciuta alla latitudine partenopea, quantuque Napoli siastata città di origine e cultura greca ;dicevo: ben diverso il pederasta dal recchione – ricchione che infatti à i suoi viziosi rapporti sodomitici quasi esclusivamente con adulti di pari risma. Ed accostiamoci adesso al problema etimologico del termine recchione – ricchione; sgombrando súbito il campo dall’idea che esso termine possa derivare dall’affezione parotidea nota comunemente con il termine orecchioni, affezione che attaccando le parotidi le fa gonfiare ed aumentare di volume. Una prima e principale scuola di pensiero, alla quale, del resto mi sento di aderire fa risalire i termini in epigrafe al periodo viceregnale(XV-XVI sec.) sulla scia del termine spagnolo orejón con il quale i marinai spagnoli solevano indicare i nobili incaici, conosciuti nei viaggi nelle Americhe, che si facevano forare ed allungare, tenendovi attaccati grossi e pesanti monili, le orecchie; con il medesimo nome erano indicati anche dei nobili peruviani privilegiati, noti altresí per i loro costumi viziosi e lascivi; taluni di costoro usavano abbigliarsi in maniera ridondante ed eccentrica talora cospargendosi di polvere d’oro i padiglioni auricolari,donde la frase napoletana: tené ‘a póvera ‘ncopp’ ê rrecchie = avere la polvere sulle orecchie, usata ironicamente appunto per indicare gli omosessuali. Da non dimenticare che detti usi di incaici e peruviani furono spesso mutuati da molti marinai che sbarcavano a Napoli, provenienti dalle Americhe, agghindati con grossi e pesanti orecchini(cosa che i napoletani non apprezzarono ritenendo gli orecchini monili da donna e non da uomo..) e parecchi di questi marinai furono súbito indicati con i termini in epigrafe oltre che per l’abbigliamento e le acconciature usati anche per il modo di proporsi ed incedere quasi femmineo, atteso che dai napoletani si ritenne che il loro comportamento sessualecambiato, fosse stato determinato dalla lunga permanenza in mare, per i viaggi transoceanici, permanenza che li costringeva a non aver rapporti con donne e doversi contentare di averne con altri uomini. Successivamente i termini recchione – ricchione palesi adattamenti dello orejón spagnolo passarono ad indicare non solo i marinai, ma un po’ tutti gli omosessuali attivi, conservando il termine femmeniello/femmenelle per quelli passivi. E mi pare che ce ne sia abbastanza, anche se – per amore di completezza – segnalo qui una nuova ipotesi etimologica proposta dall’amico prof. Carlo Jandolo che ipotizza per ricchione/recchione una culla greca: orkhi-(pédes)= chi à la strozzatura dei testicoli,impotente, con aferesi iniziale, suono di transizione i fra r –cch con raddoppiamento popolare e suffisso qualitativo accrescitivo one; tuttavia lo stesso Jandolo non esclude un influsso di recchia soprattutto tenendo presente la fraseologia riportata che fa riferimento ad un orecchio impolverato. A malgrado dei sentimenti amicali che nutro per Jandolo, non trovo serî motivi per abbandonare quella, a mio avviso, convincente via vecchia per percorrere la impervia nuova. Sartú s. m. (gastr.) sformato di riso sontuosamente condito spesso con sugo di pomodoro, ma sempre con funghi,polpettine, mozzarella, uova ed altro; è una specialità della cucina napoletana. tale sartú ( voce derivata dal francese sour tout= al di sopra di tutto, mentre sourtout vale soprammobile, centrotavola ),fu ideato da cuochi francesi ( i famosi monzú (cosí i napoletani chiamarono, storpiando la parola monsieur quei cuochi d’oltralpe chiamati a Napoli dalla regina Maria Carolina, al tempo(1768) delle proprie nozze con Ferdinando IV Borbone-Napoli, per migliorare la cucina napoletana ritenuta troppo semplice, se non addirittura povera; per il vero il sartú non era ricetta originaria di Francia, ma inventata a Napoli con tutti i prodotti in uso nella cucina napoletana con la sola eccezione del burro che è condimento nordico.., e partito dalle cucine regali dove i monzú lo prepararono per la corte borbonica, approdò alle cucine familiari e da allora divenne un trionfo della cucina napoletana, diffondendosi peraltro prima in tutto il Sud Italia e poi nella restante penisola e con la diffusione della pietanza, il lemma a margine fu accolto nel lessico nazionale. Scamorza s.f. talvolta ma meno comunemente scamozza 1 formaggio, simile alla mozzarella ma piú insaporito (sale e/o stagionatura), fatto con latte di vacca o misto di vacca e capra; è prodotto soprattutto nell'Abruzzo e in Campania 2 (fig. scherz.) persona che dimostra scarse capacità o che è debole fisicamente; ennesima voce di origine meridionale,accolta poi nel lessico nazionale con la diffusione del formaggio che ne porta il nome e in concomitanza con l’estendersi della produzione che da artigianale e locale è divenuta industriale e diffusa in tutta la penisola; quanto all’etimo la parola è un deverbale di scamozzare=mozzar via il capo affine al mozzare di mozzarella, in quanto la scamorza, (cosí come la mozzarella) è prodotta in pezzi di circa 3 etti cadauno, pezzi che vengono scamozzati =troncati (un tempo a mano, oggi anche con l’ausilio di mezzi meccanici),mediante torsione e strappo (mozzatura) da un filone di pasta filata , filone ricavato dalla lavorazione artigianale, con procedure trasmesse di padre in figlio, di latte intero di vacca e capra. Scarola s.f.ed anche scariola, è voce napoletana, derivata dal lat. volg. *escariola(m), che è del lat. escarius 'che serve per mangiare', da ísca 'cibo, esca') ed usata a Napoli per indicare una varietà di indivia;la voce pervenuta nel lessico dell’italiano,à finito per indicare in alcune regioni, anche una varietà di lattuga o cicoria. Rammento che a Napoli ed in Campania esistono due speci di scarola-indivia: la riccia e la liscia; la prima è usata essenzialmente da cruda in insalata da sola o con altri ortaggi come il cavolo bianco lesso etc. condita all’agro con olio aglio trito e limone o aceto, mentre la scarola-indivia liscia viene usata da cotta dapprima lessata in acqua salata e poi saltata in padella con olio, aglio, acciughe, capperi ed olive nere di Gaeta; è con quest’ultimo tipo di scarola-indivia che a Napoli si prepara (nelle festività natalizie e di fine d’anno la gustosissima pizza di scarole cotta al forno o fritta in padella. Scassare v. tr. 1 (agr.) lavorare, dissodare il terreno in profondità; 2 (fam.) rompere, rendere inutilizzabile: à scassato la valigia; scassarsi v. intr. pron. (fam.) rompersi, guastarsi: l'orologio si è scassato Il verbo scassare nell’accezione sub 2 fu dapprima nel napoletano parlato e letterario e poi pervenne nel lessico nazionale nella medesima accezione ed in quella estensiva qui indicata sub 1 ed in tali accezioni etimologicamente è verbo derivato dal lat. volg. *exquassare, comp. di ex-, con valore intens., e quassare, intens. di quatere 'scuotere, scrollare'. Nel lessico dell’italiano prima dell’ingresso dello scassare napoletano esistevano già altri due scassare di significato ed etimo affatto diversi: a) scassare= v. tr. [der. di cassa, col prefisso s-per dis]. - togliere dalla cassa, dalle casse: scassare la merce, i libri. b) scassare = v. tr. [comp. di s-intensivo e cassare(dal lat. cassare 'annullare', deriv. di cassus 'vuoto, vano')] cassare, cancellare. Per il vero anche lo scassare (annullare) qui sub b era voce del napoletano ceduta all’italiano e taluni linguisti, con la puzza al naso, snobbavano il verbo sconsigliandone l’uso in quanto voce dialettale, come se la maggior parte delle voci dell’italiano non fosse stata dapprima nei linguaggi regionali… Ah la spocchia di taluni paludati cattedratici che fanno la lingua! Sciabica s.f. 1 rete a strascico a maglie, formata da due lunghe ali laterali e da un sacco, per la pesca del pesce minuto; 2 imbarcazione a remi con prua molto slanciata, da cui si cala in mare tale rete; meridionalismo d’origine siciliana,poi pervenuto nell’italiano assieme ad un diminutivo(ma lo registrano solamente il D.E.I. ed il TRECCANI!) derivato sciabichello= piccola rete/rastrello a strascico usata per la raccolta delle telline e/o altri piccoli molluschi marini commestibili dei bivalvi con la conchiglia sottile e appiattita, che vivono nell’umida sabbia a riva di mare; la voce sciabica deriva etimologicamente dall'ar. shabaka 'rete'. Scocciare v. tr. dar noia, fastidio: lo scoccia di continuo ||| scocciarsi v. intr. pron. (fam.) seccarsi, annoiarsi: mi sono scocciato di aspettarlo; napoletanismo pervenuto nel lessico nazionale dove si è andato ad accostare ad altri due scocciare di significato ed etimo affatto diversi: a) scocciare= v. tr. rompere cose fragili, delicate: scocciare un vaso. etimologicamente verbo derivato di coccia 'guscio (dell'uovo)', col prefisso distrattivo s-; in orig. 'sgusciare', b) scocciare= v. tr. (mar.) sganciare, togliere un gancio da un anello di metallo o di un cavo; etimologicamente questo verbo è un derivato di incocciare, con sostituzione del prefisso in illativo con il prefisso distrattivo s-; lo scocciare napoletano = infastidire, annoiare, seccare etimologicamente è formato sul sostantivo coccia (nel senso di testa, capo) con il prefisso distrattivo s che si spiega semanticamente col fatto che chi scoccia, annoia etc. in pratica e sia pure metaforicamente rompe o sbrecca il capo dello scocciato. Scoppola s.f. 1 (region.) scappellotto dato con la mano aperta sulla nuca; più in generale, colpo, botta | 2(fig.) grave perdita o danno, spec. di natura economica 3(tras.) sbalzo improvviso di un aeroplano durante il volo voce proveniente nelle due accezioni sub 1 e 2, dal lessico partenopeo ed approdato in quello italiano dove è stata usata anche in una diversa accezione (traslata) sub 3 che però semanticamente duro fatica a spiegarmi; etimologicamente la voce napoletana scoppola è formata sul sostantivo coppa ( dal lat. cuppa nel senso di nuca, capo). Scostumato agg. 1 che si comporta in modo contrario alle norme della morale e del costume: una persona scostumata | (estens.) vizioso, immorale: donna, vita scostumata 2 maleducato come s. m. [f. -a] persona scostumata il relativo avverbio è scostumatamente Anche in questo caso ci troviamo difronte ad un accertato napoletanismo dove era attestato oltre che nell’accezione sub 2,anche nel significato di intemperate, ghiottone, villano; napoletanismo penetrato nell’italiano con un consueto modesto adattamento morfologico in scostumato di un originario scustumato (ma in tale intatta forma lo usò Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone) che etimologicamente è dal lat. volg. *costume(n), per il class. consuetudine(m) con il prefisso distrattivo s per dis( privo di (buon)costume) ed il suffisso aggettivale ato. Altra voce napoletana, penetrata nell’italiano quale diretta derivazione della voce a margine è Scostumatezza s.f.astratto 1 l'essere scostumato;2detto, atto da scostumato, azione, comportamento da persona scostumata; nel napoletano valse anche 3 condotta sregolata e/o dissoluta, con riferimento soprattutto al sesso.L’italiano però non raccolse quest’ultima accezione. Morfologicamente la voce fu formata aggiungendo alla voce scostumato il suff. ezza che continua il suff. latino itia→izia usato nella formazione di nome astratti. Scugnizzo s.m. Ecco un’altra parola, che guaglione,guappo, partita dal lessico partenopeo, è bellamente approdata in quello nazionale nel suo significato di monello, ragazzo astuto ed intelligente e per estens., ragazzo vivace ed irrequieto. È pur vero – come detto – che la parola è ormai termine italiano e pertanto da riferirsi a qualsiasi monello dello stivale, ma nel comune intendere e per solito con la parola scugnizzo ci si intende riferire ai monelli napoletani; sarebbe impensabile uno scugnizzo milanese, triestino etc. alla medesima stregua di ciò che avvenne con lo sciuscià (il monello che allo sbarco degli alleati durante l’ultima guerra, si guadagnava da vivere pulendo le scarpe dei militari e/o civili) che – a malgrado operasse in tutte le città - fu ritenuto essenzialmente napoletano… Torniamo allo scugnizzo ed all’etimologia della parola; essa è tranquillamente un deverbale di scugnà dal latino:excuneare; il verbo scugnà significa: battere il grano sull’aia, percuotere, bastonare,smallare (le noci), scheggiare con percosse (i denti); ma nell’accezione che qui ci interessa: sbreccare, spaccare; per comprender tale accezione occorre riferirsi ad un tipico giuoco: quello dello strummolo a cui accenno brevemente qui di sèguito: trattasi di una trottolina di legno a forma di cono o strobilo con il vertice costituito da una punta metallica infissa nel legno e con numerose scalanature incise su tutta la superficie in modo concentrico e parallelo rispetto al vertice, in dette scanalature viene avvolta strettamente una cordicella che à lo scopo di imprimere un moto rotatorio allo strummolo, una volta che detta corda sia stata velocemente srotolata e portata via dallo strummolo mediante uno strappo secco per modo che la trottolina lanciata in terra prenda a girare vorticosamente su se stessa facendo perno sulla punta metallica: piú abile è il giocatore e di miglior fattura è lo strummolo, tanto maggiore sarà la velocità della roteazione e la sua durata . Se invece lo strummolo è di scadente fabbricazione , il piú delle volte risulterà scentrato e non bilanciato rispetto alla punta, per cui il suo prillare risulterà di breve o nulla durata: in tali casi si suole dire che lo strummolo è ballarino o tiriteppe= la trottolina è ballerina o tiriteppe, volendo indicare con tale ultima voce onomatopeica appunto la non idoneità del giocattolino. Allorch poi alla scentratezza dello strummolo si unisca una cordicella non sufficientemente lunga, tale cioè da non permettere di imprimere forza al moto rotatorio dello strummolo si usa dire: s’è aunito ‘a funicella corta e ‘o strummolo tiriteppe = si son congiunte una cordicella corta ed una trottolina scentrata e tale espressione è usata quando si voglia fotografare una situazione nella quale concorrano due iatture, come nel caso ad esempio nel caso di una persona incapace ed al contempo sfaticata o di un artigiano poco valente fornito, per giunta, di ferri del mestiere inadeguati, o magari – per concludere - quando concorrono un professore eccessivamente severo ed un alunno parimenti svogliato. Torniamo al gioco: di solito la gara si svolge tra due o piú antagonisti che si sfidano; a noi interessa accennare, in particolare, al momento in cui uno dei giocatori risultato perdente nella gara di far vorticare la sua trottolina lignea (strummolo) può vederla sbreccare o addirittura spaccare dal vincitore che – con accorto colpo – può far scempio della trottolina dell’avversario perdente scugnandola cioè a dire sbreccandola. Ecco dunque che i monelli napoletani adusi a manovrare lo strummolo e spesso a sbreccare quello dell’avversario son detti scugnizzi e cioè quelli capaci di scugnare ed abili a farlo. Sfizio s.m. capriccio, voglia, gusto, grillo, ghiribizzo, uzzolo,ticchio; altra voce napoletana, ma presente pure, sempre nei medesimi significati, in altre regioni di quel che fu il reame di Napoli o delle Due Sicilie (1734 – 1860), come nel calabrese: sfizziu e nell’abruzzese sfizie; pertanto certamente voce meridionale; il termine sfizzio (correttamente scritto in napoletano con due zeta)partendo dal napoletano, è approdato nel lessico nazionale seppure scritto con la z scempia: sfizio e mantenendo il medesimo significato di: capriccio, voglia etc.: togliersi uno sfizio; levarsi lo sfizio di fare qualcosa | per sfizio, per puro capriccio, per divertimento portandosi dietro molte voci derivate, come:il sostantivo sfiziosità (cosa sfiziosa; in partic., ricercatezza alimentare), l’aggettivo sfizioso (che soddisfa una voglia, un capriccio; che piace, attrae, perché originale) nonché l’avverbio:sfiziosamente e (per sfizio). Di non facile lettura l’etimologia di sfizzio; la maggioranza dei dizionarî in uso, a cominciare dal D.E.I., si trincera dietro il solito pilatesco: etimo incerto; qualcuno, un po’ forse fantasiosamente, propende per una culla latina ed ipotizza un (sati)s -facio di cui lo sfizzio conserverebbe il sostrato di soddisfazione per raggiunger la quale occorre fare abbastanza. Qualche altro, ancor piú fantasiosamente, (e mi dispiace che tra costoro ci sia anche l’amico prof. C. Jandolo) pensa ad un latino ex+ vitium nella pretesa che lo sfizzio configuri una sorta di stravizio. Non manca infine chi propende - e forse non a torto, piú correttamente - per un’etimologia greca da un fuxis(evasione) con tipica prostesi della S intensiva partenopea, atteso che lo sfizio è qualcosa che eccedendo il normale si connota come un’evasione dalla quotidianeità. Sfarzo s.m. lusso vistoso, appariscente, , ostentazione di ricchezza, di fasto ostentazione, sfoggio di lusso, di ricchezza, spec. nell’arredo e nell’abbigliamento: un salone addobbato con grande sfarzo. Voce napoletana penetrata nell’italiano sin dalla fine del 1600 ( Magalotti Roma 1637 -† Firenze 1712) e già registrata dal N. Tommaseo nel suo Dizionario dei sinonimi della lingua italiana; quanto all’etimo il napoletano/italiano sfarzo 'vanto infondato', è un derivato di sfarzare 'simulare, ostentare', che trae dallo sp. disfrazar 'fingere, mascherare'. Sfogliatella s. f. tipico piccolo dolce napoletano fatto di pasta sfoglia (sfogliatella riccia) o frolla (sfogliatella frolla) avvolta su sé stessa e farcita con crema di semolino, ricotta,uova, canditi e spezie varie. Cominciamo col dire che ogni dolce à una sua storia. A volte faticosamente ricostruita, in qualche caso spudoratamente inventata. La storia della sfogliatella appartiene fortunatamente alla prima categoria. La sfogliatella, dolce tipicamente partenopeo nacque (sia pure con un nome diverso) come spesso accadde per tanti dolci napoletani in un monastero: quello di Santa Rosa, sulla costiera amalfitana, fra Furore e Conca dei Marini. In quel riservato luogo ci si dedicava tantissimo alla preghiera, allo studio ed al lavoro manuale; il poco tempo libero residuo, (non potendo le monache intrattener rapporti con il mondo esterno…) veniva speso in cucina, amministrata in un regime di stretta autarchia: le monache avevano il loro orto e la loro vigna, sí da ridurre al minimo i contatti con l’esterno, ed aumentare, con la preghiera, quelli con l’Eterno. Anche il pane le religiose se lo facevano da sole, cuocendolo nel forno ogni due settimane. Il menu servito a refettorio era ovviamente uguale per tutte; soltanto le monache piú anziane potevano godere di un vitto speciale, fatto di semplici, ma nutrienti minestrine. Avvenne cosí che un giorno di tanto tempo fa (siamo nel 1600) la suora addetta alla cucina si accorse che in un tegame era avanzata un po’ di semola cotta nel latte, preparata per una vecchia suora sdentata; buttarla sarebbe stato un sacrilegio. Fu cosí che, come ispirata dal Cielo , la suora cuciniera vi cacciò dentro un uovo, un paio di cucchiai di ricotta, un po’ di frutta secca tritata , dello zucchero e del liquore al limone. “Potrebbe essere un ripieno”, disse fra sé e sé. Ma da metter dentro a che cosa? La fantasia non le mancava e risolse súbito il problema: preparò con uova e farina due sfoglie di pasta vi aggiunse strutto e vino bianco, e vi sistemò nel mezzo il ripieno. Poi, per soddisfare il suo gusto estetico, sollevò un po’ la sfoglia superiore, le diede la forma di un cappuccio di monaco, ed infornò il tutto. A cottura ultimata, guarní il dolce con un cordone di crema pasticciera e delle amarene candite. La Madre Superiora, a cui per prima fu ammannito il dolce, sulle prime lo annusò , e súbito dopo (non si è Madri superiore indarno o per caso!...) fiutò l’affare; con quell’invenzione benedetta (e soprattutto saporita) si poteva far del bene sia ai contadini della zona, che alle casse del convento. La clausura non veniva messa in pericolo: il dolce poteva esser messo nella classica ruota, in uscita. Sempre che, sia chiaro, i villici ci avessero messo (in entrata), qualche moneta. Al dolce venne assegnato ovviamente , il nome della Santa a cui era dedicato il convento: santa Rosa Come tutti i doni di Dio, la santarosa non poteva restare confinata in un sol luogo, per la gioia di pochi. Occorse del tempo, ma poi il dolce divenne noto in tutto il napoletano; in effetti la santarosa impiegò circa centocinquant’anni per percorrere i sessanta chilometri tra Amalfi e Napoli. Qui vi arrivò ai primi del 1800, per merito dell’oste Pasquale Pintauro, nipote di una delle monache del convento amalfitano. I napoletani d’antan potrebbero opporre che Pintauro fu un pasticciere, e non un oste. Eppure al tempo di cui stiamo parlando, P.Pintauro era effettivamente un oste, con bottega in via Toledo, proprio di fronte alla strada di Santa Brigida. La bottega di P.Pintauro rimase un’osteria fino al 1818, anno in cui Pasquale entrò in possesso, probabilmente come grazioso dono della sua zia monaca che gliene parlò in articulo mortis, della ricetta originale della santarosa. Fu cosí che Pintauro da oste divenne pasticciere, e la sua osteria si convertí in un laboratorio dolciario, dove si produssero con le sfogliatelle anche altri dolci pare d’invenzione dello stesso Pintauro: zeppole di san Giuseppe, code d’aragoste ,babà con l’uvetta e naturalmente tutti gli altri dolci della tradizione partenopea, nati quasi tutti nei monasteri femminili napoletani e/o della provincia o copiati da quelli prodotti da altri famosi dolcieri come nel caso del diplomatico e del ministeriale . Pintauro non si limitò a diffondere la santarosa: la modificò,semplificandola ed eliminando il cordone di crema pasticciera e l’amarena, e sopprimendo la protuberanza superiore a cappuccio di monaco. Era nata la sfogliatella. La sua varietà piú famosa, la cosiddetta “riccia”, mantiene da allora la sua forma triangolare, a conchiglia, vagamente rococò. Oggi la sfogliatella si può assaggiare in tutte la pasticcerie di Napoli, con gran soddisfazione. Se si cerca l’eccellenza però, (e non è pubblicità!...)accanto alla bottega dei F.lli Attanasio al vico Ferrovia (che sull’insegna e la carta intestata scrive Napule tre ccose tene ‘e bbello: ‘o mare, ‘o Vesuvio e ‘e sfugliatelle bisogna cercare la bottega di Pintauro che è ancóra là a Toledo: à cambiato gestione, ma non à cambiato il nome e neppure l’insegna, e tanto meno la qualità. Che resta quella di quasi duecento anni or sono. Quanto all’etimo sfogliatella è un diminutivo (cfr. il suff. ella) di sfogliata derivato di sfoglia: strato di pasta all'uovo stesa e assottigliata col matterello: fare la sfoglia | pasta sfoglia:pasta dolce o salata, a base di burro o strutto e farina, che cuocendo si divide in strati leggeri. Sfruculiare verbo tr. del napoletano, pervenuto poi nell’italiano,stranamentesenza alcun adattamento (di solito i napoletanismi (cfr. antea scustumato→scostumato)mutano le chiuse u nelle piú aperte o ) nel significato di infastidire, punzecchiare, stuzzicare. Illustro qui di seguito la piú famosa locuzione partenopea con il verbo a margine: Sfruculià 'a mazzarella 'e san Giuseppe Ad litteram: sbreccare il bastoncino di san Giuseppe id est: annoiare, infastidire, tediare qualcuno molestandolo con continuità asfissiante, quasi sbreccandone dei pezzetti. La locuzione si riferisce ad un'espressione che la leggenda vuole affiorasse, a mo' di avvertimento, sulle labbra di un attento e severo servitore veneto posto a guardia di un bastone ligneo ceduto, durante il suo soggiorno veneziano da alcuni lestofanti al credulone tenore Nicola Grimaldi, come appartenuto al santo padre putativo di Gesù. Il settecentesco celeberrimo tenore il 1° agosto del 1713 rientrò a Napoli da Venezia - dove aveva trionfato a “La Fenice” - convinto di recare con sé l’autentico bastone (la mazzarella) al quale San Giuseppe si era sostenuto nell’accompagnare la Madonna alla Grotta di Betlemme e che (stando almeno a quanto fa intendere Annibale Ruccello) si favoleggiava fosse efficace strumento per scacciare il Maligno dal corpo degli indemoniati. Espose dunque nel salotto del suo palazzo il bastone e vi pose a guardia un suo servitore veneto con il compito di rammentare ai visitatori di non sottrarre, a mo' di sacre reliquie, minuti pezzetti (frecule) della verga, insomma di non sfregolarla o sfruculià. Come si intende il verbo a margine è dunque un denominale che partendo dal s. frecula (pezzettino) è approdato a sfruculià/sfreculià passando attraverso una ex→s (intensiva)+ il lat. volg. *friculiare=sfregare dolcemente, ma insistentemente per il class. fricare. Smammare v. intr. [aus. avere] verbo attestato nell’italiano come voce regionale e pertanto se ne sconsiglia (ma non se ne comprende il motivo) l’uso; i significati: togliersi di mezzo, andarsene, sloggiare, filare via, abbandonare una posizione: vattene, smamma!; fiutato il pericolo, à subito smammato. Originariamente il verbo fu nel napoletano dove venne dapprima usato nel senso di svezzare e poiin tutte le altre accezioni ricordate; etimologicamente il verbo risulta un deriv. di mamma nel sign. di 'mammella( mamma deriva giustappunto dal lat. mamma(m) 'mammella, poppa' ), attraverso la prostesi di una s (per dis o ex) distrattiva per indicare appunto lo svezzare cioè il distaccare il neonato dai capezzoli materni ed avviarlo ad altro tipo di alimentazione; semanticamente sia lo svezzare che gli altri significati esaminati, contengono in sé l’idea dell’allontanamento, del distacco; e dunque il passaggio da svezzare ad andarsene, sloggiare, abbandonare una posizione, si può comodamente spiegare col fatto che come il neonato svezzato ed avviato ad altro tipo di alimentazione, difficilmente torna ad attaccarsi alle poppe materne, cosí chi decide di andarsene, sloggiare,filare via, abbandonare una posizione, difficilmente ritornerà sui suoi passi. Smargiasso s.m.Anche questa volta, con la voce a margine ci troviamo difronte ad un’altra parola, che partita dal lessico partenopeo, è bellamente approdata in quello nazionale dove è in uso nel suo significato di gradasso, spaccone,millantatore, insomma soggetto chi si vanta a sproposito, sbruffone che si attribuisce meriti di imprese grandiose o qualità eccezionali che in realtà non possiede. I medesimi significati di gradasso, spaccone,millantatore, individuo chi si vanta a sproposito, sbruffone si riferiscono allo smargiasso dei vocabolarî del napoletano dove accanto alla voce smargiasso, per indicare il gradasso, lo spaccone etc. si usano, sia detto per incidens, volta a volta le voci: favone, grannezzuso, rodamunno,sbardellone, sbafante, , spacca-e-mmette-ô-sole,squarcione mentre come già dissi alibi, il millantatore parolaio e saccente è indicato con il termine spallettone. Prima di esaminare le singole voci riportate, torniamo all’assunto e cioè che la voce smargiasso sia voce originariamente partenopea, poi trasmigrata nell’italiano. E dirò che, a mio avviso, l’origine napoletana di smargiasso è dimostrata da due fatti: 1) morfologicamente la parola è formata da un tema smargi con l’aggiunta di un suffisso dispregiativo asso; tale suffisso,con base nel lat. aceus (cfr. Rohlf “Grammatica Storica della Lingua Italiana e dei Suoi Dialetti”) è prettamente meridionale- napoletano; in italiano lo si ritrova nella forma accio o azzo; ragion per cui se la voce smargiasso fosse stata originaria dell’ italiano avremmo avuto probabilmente smargiaccio o smargiazzo non smargiasso quale che sia - e lo vediamo súbito - l’origine del tema su cui si è costruita la parola in epigrafe; 2) etimologicamente la voce smargiasso, scartata un’ipotesi che congettura una derivazione (a mio avviso molto tortuosa e fantasiosa) dallo sp. majo 'spaccone', con protesi di una esse intensiva, epentesi di una erre (eufonica?)- e con suff. peggiorativo, penso debba derivare o dall’aggettivo greco màrgos=protervo, arrogante oppure dal verbo smaragízein = risuonare, rimbombare. È pur vero che sia nel caso dell’aggettivo che in quello del verbo manca l’intermedio del latino, ma ciò è tutta acqua al mulino del mio assunto che cioè la parola smargiasso sia d’origine partenopea; infatti se fosse esistito l’intermedio del latino culla e madre della lingua italiana e di tutti gli altri linguaggi regionali..., la parola sarebbe potuta nascere in un punto qualsiasi dello stivale, ma generata direttamente dal greco (che, classico e/o bizantino, fu lingua parlata nella Magna Grecia dove spesso si uní alle parlate locali) mi conferma nell’ipotesi che la parola smargiasso sia d’origine napoletana. Ciò chiarito passiamo (esulando per un poco dal tema che mi sono prefisso: NAPOLETANISMI E/O MERIDIONALISMI NELL’ITALIANO) ad esaminare brevemente sia le parole dell’italiano, che quelle del napoletano rese dalla voce che ci occupa. gradasso: vanaglorioso, chi si vanta di fare cose eccezionali, senza averne la capacità derivato (piuttosto che dal lat. gradus, come poco convincentemente propose qualcuno) per degradazione semantica dal nome proprio di Gradasso, vanaglorioso personaggio dell'«Orlando Innamorato» del Boiardo ((Scandiano, 1441 –† Reggio Emilia, 19 dicembre 1494) e dell'«Orlando Furioso» dell'Ariosto (Reggio Emilia, 8 settembre 1474 –† Ferrara, 6 luglio 1533); spaccone di significato simile al precedente; per l’etimo si tratta di un evidente accrescitivo (cfr. suff. one) deverbale di spaccare: spezzare, dividere in piú parti; a sua volta spaccare è dal longob. *spahhan 'fendere'; millantatore il termine indica chi in genere si vanti o vanti qualità o meriti che non à ed etimologicamente è un deverbale di millantare id est: accrescere millanta volte e quindi aggrandire esageratamente, vantarsi, vanagloriarsi; sbruffone che è chi si attribuisce meriti di imprese grandiose o qualità eccezionali che in realtà non possiede o chi racconti di imprese esagerate (peraltro false) menandone vanto; etimologicamente sbruffone è un deverbale di sbruffare voce onomatopeica che indica in primis l’emettere dalla bocca e/o dal naso spruzzi di liquidi fisiologici, come può accadere a chi per vantarsi di imprese grandiose o qualità eccezionali che in realtà non possiede, apra continuamente ed esageratamente la bocca provocando quegli spruzzi; favone è propriamente il gran millantatore, vanesio chiacchierone oltre che saccente e supponente; etimologicamente penso che, piú che al latino fabulo/onis da un fabulari = raccontar sciocchezze, la parola possa collegarsi al latino favonius che indicò un vento, come al vento si posson appaiare le vuote parole emesse dal vanaglorioso, saccente favone; grannezzuso che in primis è altezzoso,altero, e per estensione vanaglorioso, millantatore etc. l’etimo è dall’agg.vo granne ( lat. grande(m)→granne)attraverso il sost.vo grannezza; rodamunno, chi si vanta con arroganza di imprese straordinarie o veramente affronta imprese rischiose, ma solo per ostentare la propria forza e bravura; spaccone, smargiasso; per quanto riguarda l’etimo la parola a margine è una sistemazione regionale, per degradazione semantica di un nome proprio e ciè di Rodomonte, personaggio dell'«Orlando Furioso» di L. Ariosto, dotato di straordinaria forza e audacia; sbafante, letteralmente vanitoso, vanaglorioso, aduso alla spacconeria; l’etimo della parola è da ricercarsi in una serie onomatopeica ba... fa... da collegarsi all’espirazione ed all’apertura di bocca di chi ecceda nel parlare per vantarsi; alla serie ba,fa è premessa una esse durativa ed aggiunto un suffisso ante che lascia sospettare un participio presente d’uno *sbafare=vantarsi e per amplimento semantico sfiatare, sfogare; sbardellone : esattamente il grande (si noti il suffisso accrescitivo one) ridondante vanesio ciarlatore, aduso ad eccedere i limiti, quasi ad esorbitare dal suo alveo di competenze, in tutto in linea con il suo etimo che è un deverbale d’un bardellare = porre la bardella (dal fr. bardelle =piccola sella) diventato sbardellare con la solita protesi della esse che qui non è intensiva, ma distrattiva, per significare proprio il debordamento delle ciarle dello sbardellone a margine; spacca-e-mmette-ô-sole, letteralmente vale spacca-e-pone-al-sole che indicherebbe di per sé l’azione di quei contadini che raccolti i pomidoro li spaccano (aprono in due ) e li pongono al sole perché si secchino; per traslato giocoso indica il comportamento dello spaccone (cfr. antea); squarcione letteralmente vale la voce precedente (spaccone) di cui mantiene il suffisso accrescitivo one mentre cambia la radice: lí spacca da spaccare, qui squarcia da squarcià di significato simile a spaccare e con etimo dal lat. volg. *ex-quarciare variante di *ex-quartiare= dividere in quattro; - spallettone: eccoci a che fare con l’altro termine che con il pregresso favone è usato in napoletano per indicare il gran millantatore, il saccente, il supponente, il sopracciò,il gradasso fastidioso, colui che anticamente fu definito mastrisso termine ironico corruzione del latino magister ovvero colui che si ergeva a dotto e maestro, ma non ne aveva né la cultura, nè il carisma necessarii; piú chiaramente dirò, per considerare le sfumature che delineano il termine a margine , che vien definito spallettone chi fa le viste d’essere onnisciente, capace di avere le soluzioni di tutti i problemi, specialmente di quelli altrui , problemi che lo spallettone dice di essere attrezzato per risolvere, naturalmente senza farsi mai coinvolgere in prima persona, ma solo dispensando consigli ad iosa , che però non poggiano su nessuna conclamata scienza o esperienza, ma son frutto della propria saccenteria in forza della quale non v’è campo dello scibile o del quotidiano vivere in cui lo spallettone non sia versato;l’economia nazionale? E lo spallettone sa come farla girare al meglio. L’educazione dei figli altrui,mai dei propri!?, E lo spallettone, a chiacchiere, sa come farne degli esseri commendevoli e, cosí via, non v’è cosa che abbia segreti per lo spallettone che,specie quando non sia interpellato,si propone tentando di imporre la propria presenza e dispensando ad iosa consigli non richiesti che – il piú delle volte- comporterebbero, se messi in pratica, in chi li riceve, un aggravio (senza peraltro certezze di buoni risultati…) delle incombenze, del lavoro e dell’impegno, aggravio che va da sé finisce per essere motivo di risentimento e rabbia per il povero individuo fatto segno delle stupide e vacue chiacchiere dello spallettone. Per ciò che riguarda l’etimologia non vi sono certezze essendo il vocabolo completamente sconosciuto ai compilatori di vocabolarî del napoletano, adusi (al solito!) a pescare le parole negli scritti degli autori classici e, spesso, a tenere in non cale il vivo, corrente idioma popolare; non posso allora che proporre un’ipotesi, non supportata è vero da riscontri storico-letterarî, ma che mi pare sia estremamente perseguibile; eccovela: penso che, essendo il sostrato dello spallettone, la vuota chiacchiera, è semanticamente al parlare che bisogna riferirsi nel tentare di trovare l’etimologia del termine che, a mio avviso si è formato sul verbo parlettià (ciarlare)con la classica prostesi della esse intensiva partenopea, l’assimilazione regressiva della erre alla elle successiva e l’aggiunta del suffisso accrescitivo one. E qui circa il termine smargiasso penso di poter far punto, rimandando, per altre voci che avessi omesso, a ciò che alibi scrissi sotto il titolo Chiacchierone. Sommozzatore s. m. 1 esperto nuotatore subacqueo 2 appartenente a corpi speciali dell'esercito, della marina, dei vigili del fuoco ecc. addestrato a eseguire lavori subacquei immergendosi con autorespiratore o in apnea. 3 rammento che durante la seconda guerra mondiale, ebbe il nome di sommozzatore chi faceva parte del personale volontario addestrato all’uso di mezzi d’assalto subacquei Voce napoletana penetrata con il solito piccolo adattamento morfologico(u→o) nell’italiano; etimologicamente si tratta di un deverbale di summuzzare/sommozzare ='tuffarsi', dal lat. volg. *subputeare 'sommergere, immergere', comp. di sub 'sotto' e un deriv. di puteus 'pozzo'; tale etimologia si fa preferire a quella pur morfologicamente ineccepibile del prof. C. Iandolo che ipotizza un lat. volg. *submersare→summersare→summezzare→summuzzare→sommozzare=immergere, in quanto i primi sommozzatori eseguivano lavori di manutenzione proprio calandosi nei pozzi. È strano tuttavia che l’italiano abbia accolto la voce a margine, ma non il verbo sommozzare da cui essa deriva. Tarallo s.m. s. biscotto a forma di ciambella tipico dell'Italia meridionale, dolce se condito con zucchero e semi d'anice, rustico se condito con sugna e pepe o altro. DIM. taralletto, tarallino, taralluccio. Trattasi chiaramente di un meridionalismo, attese le regioni (tutte meridionali: Campania, Abruzzo, Calabria e Puglia) dove vengono prodotti tali tipici biscotti. Voce penetrata nel lessico dell’italiano vista la gran diffusione peninsulare ( per esportazione dalle regioni produttrici) del prodotto che va sotto il nome di tarallo. Quanto all’etimo della voce a margine non vi sono certezze e si vaga nel campo delle ipotesi; tutti i calepini a mia disposizione, a cominciare dal D.E.I. nicchiano o si rifugiano dietro il solito pilatesco etimo incerto;non so dire chi l’abbia formulata ma esiste un’ipotesi che riferirebbe la voce tarallo al greco toros (= toroide); personalmente ipotizzo il latino torus (= toro: modanatura inferiore della colonna,cordone); semanticamente in ambedue i casi ci si troverebbe nel giusto atteso che sia la forma del toroide che quella del toro di colonna, richiamano quella del tarallo, ma morfologicamente è alquanto complicato, né vi riesco a spiegare le strade per pervenire a tarallo partendo da toros o da torus: soprattutto confesso di ignorare da dove salti fuori quel suffisso allo; neppure la grammatica del RHOLFS ne fa menzione... In ogni caso, se si accettasse la mia idea di torus forse si potrebbe , indegnamente, dare scacco persino al D.E.I. che al proposito di tarallo elenca una sequenza di ipotesi giudicandole tutte però improponibili o non perseguibili..., con la sola eccezione, forse!, di una voce macedone: dràmis = focaccia, voce che però il curatore della lettera T (Giovanni Alessio) ipotizza debba leggersi in modo paleograficamente corretto dràllis. Stimo, e quanto! G. Alessio, ma – nella fattispecie – penso che si sia esibito in un doppio salto mortale (senza rete), pericoloso esercizio in cui, mancandomi forza e coraggio(lèggi: preparazione) non mi sento di seguirlo! Tortano s.m. = 1 ciambella rustica farcita di molti ingredienti: sugna, formaggi, salumi, uova sode etc.2) nell’accezione specificativa tortano di pane = ciambella in forma di corona circolare di comune pane lievitato in pezzatura di circa un kg. Nell’accezione sub 1 è una preparazione tipicamente napoletana in uso tradizionalmente nel tempo pasquale, ricordando con la sua caratteristica forma a corona circolare, la corona di spine imposta a Cristo durante la sua passione; poiché però gli ingredienti di questa ricetta sono reperibili durante tutto l’anno e non solo nel tempo primaverile (tempo pasquale) nulla vieta che la si prepari in altre occasioni, come le festività natalizie: È sempre un asciolvere fantastico! Rammento che il primo sostanziale ingrediente del tòrtano napoletano è la sugna o strutto, componente che non può assolutamente essere sostituito con altri grassi (olio o burro); un napoletano che lo facesse ( come purtroppo ò visto fare da taluna inesperta massaia piú attenta ai falsi tabú del colesterolo e della linea, che ai dettami della sana tradizionale cucina partenopea...) incorrerebbe nella scomunica latae sententiae e meriterebbe di essere scacciato con abominio dalla comunità napoletana ! Ò compreso tra i napoletanismi/meridionalismi pervenuti nell’italiano anche la voce a margine, quantunque assente nei pricipali vocabolarî in uso (ma non manca nel D.E.I., che lo registra come napoletano tòrtano accanto all’abruzzese tòrtele ed al calabrese tòrtanu/a ), oltre per il riscontro or ora menzionato, anche per avere udito la parola sulla bocca di amici provenienti da ed originarî di regioni al di là dell’acqua santa (Garigliano); nell’italiano la voce a margine indica pure (tortano di pane) una particolare (ciambella a corona circolare) forma di pane comune del peso di ca un kg.; quanto all’etimo, la voce a margine è derivata dal lat.tort(ilis)tórto, ritórto addizionato del suff.di pertinenza aneus(ano). Tortiera s.f. recipiente, spec. metallico e col bordo basso, per cuocere in forno le torte: t. per crostate, a cerniera, da savarin, di ceramica, da microonde piú in generale: teglia tonda, per cuocere al forno torte o altre preparazioni dolci o salate. Si tratta di un meridionalismo variamente attestato ( nap. turtiéra, sic. turtèra, cal.tortèra, turtèra, tarantino turtièra) pervenuto nell’italiano già a far tempo dal XVII sec. Quanto all’etimo c’è da scegliere: la voce a margine appare derivata o dallo spagn. tortera=forma per pasticci o dal francese tourtiere (XVI sec.); personalmente opto per la culla francese. Vongola s.f. (zool.) mollusco lamellibranco che vive sui fondi sabbiosi o fangosi dei litorali dei mari temperati, con conchiglia ovale bivalve (quella della vongola normale è di colore grigio chiaro ed è finemente striata in bianco, quella della vongola cosiddetta verace(fornita di un doppio sifone)è di colore quasi nero, striata finemente in grigio chiaro; molte specie sono pescate per la prelibatezza delle loro carni): zuppa di vongole; spaghetti alle (con le) vongole; Si tratta di un chiarissimo meridionalismo variamente attestato (nap.vongola/vonghela, barese: gonghela, foggiano e tarantino vonghela) pervenuto nell’italiano già a far tempo dal XVII sec.anche come góngola,cóngola Quanto all’etimo c’è poco da scegliere: la voce a margine è certamente di culla tardo-latina conchula diminutivo di concha=conchiglia. A margine di tutto ciò ricordo qui che nel napoletano con la voce vongola/vonghela si intende non solo il mollusco di cui abbiamo detto, ma si indica altresí una sciocchezza, uno strafalcione, una bestialità; infatti con l’espressione partenopea Dicere vongole, che à una variante in Dicere scarole, sivuol significare: dire, profferire sciocchezze, parlare commettendo strafalcioni logici e/o grammaticali; oggi piú semplicemente s'usa dire: Dicere fesserie (dire stupidate) ma tutte le espressioni ànno tutte la medesima origine atteso che sia il richiamo ittico (vongole) sia quello ortofrutticolo (scarole: altra voce, come ò riportato antea napoletana trasmigrata nel toscano con derivazione dal latino scaríola da escarius= commestibile) si riallacciano all'organo sessuale femminile(fessa)(da cui la napoletana fessaria= sciocchezza, stupidata, donde la toscana fesseria di significato analogo)organo che un tempo fu chiamato alternativamente vongola o scarola ed evito di spiegarne il motivo, facilmente intuibile. In chiusura di questa voce faccio notare la solita incomprensibile mutazione che opera il toscano trasformando una A etimologica (da fessa: fessaria) per adottare una piú chiusa E (fessaria vien trasformata in fesseria) nella sciocca convinzione che la vocale chiusa E sia piú consona dell'aperta A alla elegante (?) lingua di Alighieri Dante. Zeppola s.f. frittella dolce di pasta choux o bignè; (gastron.) Ciambelletta dolce tipica della cucina napoletana cotta in padella o nel forno, guarnita di crema e confettura di amarene, tradizionale per la festa di san Giuseppe. 2. (gastron.) Spec. al plur., nome di ciambelle e pasticcini di composizione diversa .Anche in questo caso ci troviamo in presenza di un accertato meridionalismo: la voce (registrata dal D.E.I. e numerosi altri vocabolarî dell’italiano), è infatti variamente attestata in area abruzzese,napoletana, calabrese e siciliana; si tratta perciò d’un antico meridionalismo pervenuto nell’italiano (1536); quanto all’etimo,non mi convince ciò che ritenne il prof. C. Battisti, curatore della lettera Z del D.E.I., il quale Battisti propose per zeppola una derivazione da zéppa =bietta, cuneo, (ma non mi pare proprio che la ciambelletta/zeppola abbia la forma di un cuneo…) o una derivazione da zèppa= piena, gonfia (ma la ciambelletta/zeppola, non è né piena, né molto gonfia, ma solo guarnita all’esterno di crema e confettura; preferisco per l’intanto seguire l’idea dell’amico prof.C. Jandolo che propone il lat. sirpula (serpentello) atteso che la forma della zeppola è giustappunto quella d’un serpentello attorcigliato su se stesso, quantuque a pag.1564 del Du Cange trovo registrata la voce tardo-latina zippula nel significato di focaccina schiacciata a mo’ di lenticola. A margine e completamento di tutto ciò rammento che nel napoletano accanto alla voce zeppola usata per indicare il dolce di pasta choux o bigné esiste anche una sorta di diminutivo: zeppulella usato per indicare una sorta di frittella salata di semplice pasta lievitata, fritta in olio bollente e profondo. Non mi riesco proprio a spiegare il motivo del nome zeppolella (piccola zeppola) assegnato alla frittellina salata, atteso che la forma della zeppola come detto è quella d’una ciambelletta o d’un serpentello aottorcigliato su se stesso, mentre la zeppulella, che a mio avviso è piú corretto chiamare semplicemente pastacrisciuta, à forma irregolarmente sferica. Ed a questo punto mi pare di poter mettere un punto fermo, non sovvenendomi d’altri napoletanismi e/o meridionalismi pervenuti nell’italiano. Satis est. Raffaele Bracale
PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it | |
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Re: NAPOLETANISMI E/O MERIDIONALISMI NELL’ITALIANO2°
Caro Pagliuchella ho notato come nel lungo elenco delle voci che secondo lei sarebbero giunte nella lingua italiana attraverso il napoletano o direttamente dalle lingue meridionali dei popoli della penisola italica, vi sarebbe la conosciutissima e diffusa voce "PALO" (il palo del telegrafo e il palo delle palafitte che sostengono anche Venezia). Sarebbe veramente cosa buona e interessante se lei ci potesse spiegare, un più nel dettaglio, questo strano prestito dal napoletano o dalle lingue del sud-italico. Noi in terra eugano-veneta-celto-reto-istriana abbiamo una voce antica la PALA, che vi possa essere una qualche prelatina e italica relazione tra PALO e PALA?
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Re: NAPOLETANISMI E/O MERIDIONALISMI NELL’ITALIANO2°
Chedo scusa rileggendo noto che l'ipotesi di prestito è soltanto legata ad un particolare significato : così ha scritto Pagliuchella: ... È proprio in quest’ultima accezione che la voce di origine gergale campana ed in genere meridionale, è pervenuta nel lessico nazionale a vele spiegate (lessico dei media) nel significato, appunto, di complice che tiene bordone ai proprî pari piantandosi di guardia come… un palo. ... Nota: il palo in questione è specialità napoletana ? Non dico nulla su l'ipotesi etimologica avanzata da Pagliuchella: ... Etimologicamente, Palo, è voce derivata dal lat. *pa(g)lu(m), affine a pangere 'conficcare'. ... Nota: ricordo soltanto che i pali erano in uso dovunque, da almeno qualche migliaio di anni avanti Cristo, che avessero altri nomi da essere poi stati soppiantati da un derivato di un non attestato latino *pa(g)lu(m)? In accadico esisteva la voce PALUM (= PALO) e le palafitte furono una caratteristica della millenaria cultura che dal neolitico segna tutta la fase dei metalli precristiani (in area mediorientale ed europea)che va dalla Mesopotamia al mar Nero, lungo il Danubio sino ai laghi alpini di origine glaciale: dalla Slovenia, al Lago di Costanza, al Garda e alla laguna veneta.
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Re: NAPOLETANISMI E/O MERIDIONALISMI NELL’ITALIANO2°
Caro Berto, forse mi sarò espresso male, ma circa la voce PALO,nell'accezione di vedetta dei ladri, ti posso assicurare che è voce gergale partenopea. cERTAMENTE ESISTONO LE VEDETTE DEI LADRI IN OGNI REGIONE, ma probabilmente prima dell'ingresso della voce napoletana PALO si chiamavano in modo diverso: COMPLICE, VEDETTA, COMPARE ETC. Quanto all'etimo, la mia proposta non è frutto della mia fantasia; è riscontrabile pari pari nel D.E.I., PIANIGIANI, GARZANTI & altri, con buona pace di ogni altra idea! BUONE FESTIVITà!
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NAPOLETANISMI E/O MERIDIONALISMI NELL’ITALIANO parte 1° Questa volta su precisa richiesta di piú di un amico cercherò di illustrare un congruo elenco di voci figlie del napoletano o altri linguaggi meridionali, pervenute ed in uso nella lingua nazionale. Abbiamo: Abbuffarsi/abboffarsi verbo riflessivo che vale mangiare voracemente ed in abbondanza fino a risultarne satollo e quasi gonfio; il verbo a margine è marcato sul nap. Abbuffà/are che vale gonfiare, ingrossare, allargare,ed estensivamente esagerare, ingrandire, montare, pompare; quanto all’etimo il verbo nap. da cui quello a margine è un denominale del lat. bufo/onis= rospo; Alice s.f. in primis termine di pertinenza ittica usato per indicare un tipico pesce di mare, noto anche col nome di acciuga,sardella,sardina comune nel Mediterraneo e lungo le coste europee dell'Atlantico, con corpo affusolato, dorso azzurro/verdognolo e ventre argenteo (ord. Clupeiformi); si conserva sotto sale o sott'olio e viene impiegato per intingoli e salse; figuratamente persona magrissima; voce derivata dal lat. (h)allìce(m) 'salsa di pesce'; nel napoletano con la locuzione alice ‘e matenata= alice di mattino si indicò (tardo ‘800) le giovani ed eleganti adescatrici che solevano sostare nelle piú frequentate strade cittadine agghindate di tutto punto, allo scopo di irretire… clienti; proprio il fatto che tali giovani prostitute fossero molto eleganti ed agghindate ed indossassero abiti con pizzi e merletti e spesso stringessero nella mano un ombrellino parasole, meritò loro l’alternativo nome di ‘mbrellino ‘e seta= ombrellino di seta. Ammainare .v. tr. voce marinaresca: far scendere, abbassare una vela, una bandiera, un carico mediante un cavo a cui sono legati ; usato anche in senso figurato nel significato di desistere da un'impresa.Il verbo a margine fu nel napoletano antico (cfr. il Vocabolario di E. Rocco 1882) antico ammajenare tratto dal lat. volg. *invaginare o *ad-vaginare→avvaginare→ammaginare→ammajenare= 'inguainare' Ammoina s. f. che nel lessico partenopeo suona anche ammuina; voce pervenuta nell’italiano come ammoina o ammuina o addirittura ammoino/ammuino, ma pure con voci verbali derivate: ammuinare/ammoinare. La voce vale confusione, baccano | fare ammoina, nel gergo marinaresco, darsi da fare disordinatamente e senza frutto, o per ostentare la propria laboriosità. Comincerò col dire che in napoletano la voce in epigrafe e le corrispondenti voci verbali furono – nel lessico popolare – di quasi esclusiva competenza degli adolescenti ed indicarano essenzialmente il chiasso, la confusione, la rumorosa agitazione prodotta da costoro specialmente durante il giuoco, chiasso, confusione ed agitazione rumorosa che determinano negli adulti costretti a subirli, noia e fastidio; solo per estensione successivamente le parole riguardarono chiasso, confusione e baccano degli adulti ed addirittura se ne trasse l’espressione fare ammoina, che nel gergo marinaresco,come ò accennato, indicò il darsi da fare disordinatamente e senza frutto, o per ostentare la propria laboriosità e vi fu un capo ameno, ma scarico che, prendendo le mosse da tale gergo marinaresco(peraltro mercantile) con il palese scopo, seppur non dichiarato, di vilipendere i Borbone Due Sicilie si inventò un inesistente articolo: Facite ammuina attribuito alla marineria borbonica di Francesco II Due Sicilie. Per amor di completezza ricorderò che il predetto fantasioso articolo recitava: All'ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann' a poppa e chilli che stann' a poppa vann' a prora: chilli che stann' a destra vann' a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann' a destra: tutti chilli che stanno abbascio vann' ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann' bascio passann' tutti p'o stesso pertuso: chi nun tiene nient' a ffà, s' aremeni a 'cca e a llà. Ò trascritto l’articolo pedissequamente (con tutti gli strafalcioni morfologici e/o grammaticali, nonché semantici…esistenti) cosí come l’ò travato in rete, stampato su di un evidentemente falso proclama reale recante lo stemma borbonico. Non voglio soffermarmi piú del necessario sull’evidente falsità dell’articolo; mi limiterò ad osservare che essa si ricava già dal modo raffazzonato in cui è scritto; è evidente che il capo scarico che lo à vergato, mancava delle piú elementari cognizioni del linguaggio napoletano: basti osservare in che modo errato sono scritti tuttie le voci verbali, terminanti tutte con un assurdo segno d’apocope (‘) o di una ancora piú assurda elisione, in luogo della corretta vocale semimuta.A ciò si deve aggiungere l’incongruo, fantasioso congiuntivo esortativo che conclude l’articolo: s’aremeni, congiuntivo che è chiaramente preso a modello dal toscano, ma non appartiene al napoletano che usa ed avrebbe usato anche per il congiuntivo la voce s’aremena cosí come l’indicativo; infine non è ipotizzabile un monarca che, volendo codificare un regolamento in lingua napoletana, affinché fosse facilmente comprensibile alle proprie truppe incolte, si rivolgesse o fosse rivolto per farlo vergare a persona incapace o ignorante della lingua napoletana; ciò per dire che tutto l’evidentemente falso articolo fu pensato e vergato dal suo fantasioso autore, con ogni probabilità filosavoiardo in lingua italiana e poi, per cosí dire, tradotto seppure in modo sciatto ed approssimativo in un approssimativo napoletano, cosa che si evince oltre che da tutto ciò che fin qui ò annotato dal fatto che nell’articolo (presunto napoletano) si parla di destra e sinistra, laddove è risaputo che i napoletani, anche i colti, usavano dire dritta e mancina. Sistemata così la faccenda del Facite ammuina , torniamo alla parola in epigrafe e soffermiamoci sulla sua etimologia; a prima vista si potrebbe ipotizzare, ma erroneamente che la parola ammoina sia stata forgiata sul toscano moina con tipico raddoppiamento consonantico iniziale ed agglutinazione dell’articolo la (‘a); ma a ciò osta il fatto che mentre il termine ammoina/ammuina sta, come detto, per chiasso, confusione, vociante baccano, la parola moina (dal basso latino movina(m)) sta ad indicare gesto, atto affettuoso, vezzo infantile; comportamento lezioso, sdolcinato, tutte cose evidentemente lontane dal chiasso e/o confusione che son propri dell’ ammoina/ammuina e lontane dal fastidio che da quel chiasso ne deriva all’adulto che, al contrario, è appagato e gratificato dalle moine infantili o talvolta da quelle femminili; sgombrato cosí il campo dirò che per approdare ad una accettabile etimologia di ammoina/ammuina occorre risalire proprio al fastidio, all’annoiare che il chiasso, la confusione, il vociante baccano procurano; tutte cose puntualmente rappresentate dal verbo spagnalo amohinar(infastidire, annoiare, addirittura rattristare) e convincersi che l’ ammoina/ammuina prima del napoletano e poi anche dell’italiano, altro non sono che deverbali del verbo spagnolo. Arrangiarsi v. intr. pron. 1 mettersi d'accordo, venire a un accomodamento: arrangiarsi sul prezzo 2 darsi da fare come si può; anche, destreggiarsi con mezzi piú o meno leciti: si arrangia facendo piccoli lavori; arrangiati!, cavatela da solo | sistemarsi alla meglio: ci siamo arrangiati tutti in una stanza. Il verbo a margine è un riflessivo di Arrangiare v. tr.1 sistemare, accomodare, aggiustare alla meglio 2 (fam.) trovare, rimediare; mettere insieme in qualche modo: arrangiare il pranzo 3 adattare liberamente un pezzo musicale: arrangiare una canzone; sia arrangiare che arrangiarsi furono nel napoletano antico dove, con derivazione dal fr. arranger, deriv. di rang 'rango', era in uso quale voce gergale militaresca. Bancarella meno com. bancherella, s. f. banco o carretto dei venditori ambulanti di merci varie, usata spec. nei mercati all'aperto; voce tipicamente napoletana, ma pure romana ed in genere del meridione; quanto all’etimo si tratta di un diminutivo (cfr. il suff. rella) dei sost. banca/panca (dal germ. bank) pervenuti nel lat. volgare (e di lí nel napoletano ad affiancare un’originaria chianca ←planca che già ebbe un suo diminutivo in chiancarella che non indicava però un banchetto o carrettino di venditori ambulanti di merci varie, ma il cosiddetto panconcello asse sottile di legno stagionato con la quale si coprirono impalcature , e/o travi di pavimenti e soffitti. Basolato s.m. pavimentazione stradale a grandi lastre di pietra lavica; voce pervenuta nell’italiano per adattamento (cfr. alternamento v/b) del napoletano vasolato a sua volta ricavato da vasulo/vasolo= basola: grossa lastra di pietra lavica, in forma di parallelepipedo usata per pavimentare; la voce vasolo trae da basa=base. Basso s.m. abitazione e/o bottega a livello stradale, piccola, spesso malsana ed insufficiente per il numero delle persone che la occupano. È voce pervenuta (cfr. D.E.I.) nella lingua nazionale dritto per dritto dalla lingua napoletana dove esistono alcune voci che pur derivando da un medesimo tardo latino ànno significati molto diversi tra di loro oltre che diversa funzione. Sto parlando innanzitutto della voce nap. vascio che, come aggettivo, vale basso, poco elevato dal suolo o da un altro piano di riferimento; che si trova in posizione poco elevata (spesso correlato o contrapposto ad auto/aveto (alto), di statura non elevata anche se in tale accezione in napoletano è piú usato curto=corto, ma vascio vale pure poco profondo, esiguo, modico ed in talune circostanze abietto, vile, umile, modesto, mentre come sostantivo ‘o vascio è una modestissima abitazione monolocale , per solito insalubre, umida e senza luce posta a livello stradale abitata dal popolo minuto, quel medesimo monolocale che come dissi altrove fu detto anche funneco(fondaco); quanto all’etimo posso affermare (supportato in ciò dall’amico prof. Carlo Iandolo) che la derivazione della voce a margine è il tardo latino bassu(m) e non (come proposto dalla dr.ssa C. Marcato (in Cortelazzo/Marcato – Dizionario etimologico dei dialetti d’Italia) dal comparativo bassiu(m), atteso che sia in napoletano che in italiano la doppia ss seguita da vocale evolve da sola nel suono palatale sci (vedi ad es. examen= (e)ssamen→sciame o anche coxa→cossa→coscia) e dunque non occorre il gruppo ssiu di bassiu(m) per ottenere il napoletano vascio; è sufficiente bassu(m) con il tipico passaggio di b a v come in barca→varca, bocca→vocca, borsa→vorza etc. rammentando che in napoletano, senza una precisa regola la b può diventare v o raddoppiare b→bb specialmente se intervocalica E versa vice la v può diventare b. Ciò detto rammenterò che la voce napoletana vascio , sia pure nell’adattamento/traduzione basso è pervenuta nella lingua nazionale sempre nel significato di modestissima abitazione monolocale , per solito insalubre, umida e senza luce posta a livello stradale abitata dal popolo minuto. Proseguiamo; in napoletano e sempre con derivazione dal tardo latino bassu(m) esiste l’avv. abbascio= abbasso, in giù, di sotto, in basso; morfologicamente si è pervenuti ad abbascio partendo da bassu(m) attraverso la locuzione a basso, sul modello del fr. à bas; nella locuzione la voce basso à prodotto dapprima bascio e poi il raddoppiamento dell’esplosiva labiale b intervocalica invece del passaggio di b a v; ancòra, in napoletano sempre dalla voce bassu(m) abbiamo il verbo denominale avascià/avasciare= abbassare, calare, portare, mettere qualcosa piú in basso, ridurre l'altezza, il valore o l'intensità di qualcosa; verbo nel quale è riconoscibile la prostesi di una a eufonica che qui però (misteri della lingua napoletana!) non à prodotto il raddoppiamento della b come ci si sarebbe atteso alla luce di quanto detto precedentemente, e non à influito in alcun modo sul passaggio della b a v; si è avuto dunque bassu(m)→vascio→avasci+are=avasciare/avascià. Giunti a questo punto, torniamo a soffermarci sulla parola basso; essa morfologicamente ed etimologicamente(tardo latino bassu(m)) è in tutto e per tutto uguale alla voce della lingua nazionale basso che è aggettivo [compar. piú basso o inferiore; superl. bassissimo o infimo] poco elevato dal suolo o da un altro piano di riferimento etc. o anche sostantivo nel significato di terraneo, povera abitazione come abbiamo visto precedentemente; tutt’altra cosa la voce napoletana dell’epigrafe; in napoletano il termine basso,( ma nell’accezione che segue, termine peraltro ampiamente desueto e che si può solo trovare in poeti e scrittori dal ‘600 al tardissimo ‘800 e fino ai principi del ‘900 cfr. E. Murolo) fu usato per indicare un indumento femminile: un’ampia e lunga gonna, quella che partendo dalla vita non si limitava a coprir le ginocchia (cfr. l’etimo di gonna che piú che dal lat. tardo gunna(m) 'veste di pelliccia', di orig. gallica, pare sia da collegare al basso greco gouna= ginocchia (=veste che scende e copre le ginocchia ed a tal proposito mi pare di poter dire che non à senso chiamare gonna sia pure mini taluni risicatissimi pezzi di stoffa che coprono non le ginocchia, ma neppure le cosce!) dicevo non si limita a coprir le ginocchia, ma prosegue fino alle caviglie; tale lunga ed ampia gonna fu con molta probabilità detta in napoletano basso perché pare si indossasse inforcandola dal basso id est: dal di sotto ed ugualmente veniva tolta sfilandola dal basso : dal di sotto. Questa è l’opinione mia che mi son dovuto formar senza aiuti ( ma che à ricevuto l’approvazione dell’amico prof. C.Iandolo) atteso che non ò trovato indicazioni precise circa la voce basso=gonna.in nessuno dei numerosi calepini (anche etimologici) della lingua napoletana, in mio possesso e che ò potuto consultare. Dal punto di vista etimologico c’è da notare la particolarità che il tardo latino bassu(m) generando il sostantivo vascio (abitazione terranea) e l’agg.vo vascio (basso, corto) à comportato il passaggio di b a v e di ss a sci, mentre per il sostantivo basso (gonna) si è mantenuta l’identica morfologia del tardo latino, senza passaggi di sorta. Bustarella s.f. voce nata nel napoletano nel XX sec. e di lí trasmigrata nel lessico nazionale (cfr. D.E.I.) nel significato di sussidio segreto chiuso in busta, mancia, compenso dato illecitamente a chi sia investito di una pubblica funzione per ottenerne favori, disbrigo sollecito di pratiche e sim. Quanto all’etimo trattasi di un diminutivo (cfr. suff. rella) di busta che è dall’ ant. fr. boiste marcato sul tardo lat. buxida. Caciocavallo s.m. voce usata in origine per indicare un formaggio tipico delle regioni meridionali prodotto esclusivamente con il latte delle vacche podoliche, alla maniera tradizionale e solo in certi periodi dell’anno: fine estate – principio autunno.La razza bovina podolica , un tempo dominante su tutto il territorio italiano, sopravvive ormai solo in alcune aree del Meridione: dorsali appenniniche della Campania, Sila, Puglia e Sicilia interna;oggi la voce a margine è usata un po’ dappertutto in Italia (per indicare formaggi anche non tipici, usurpando un nome che dovrebbe essere d’uso esclusivo campano e/o meridionale); il termine etimologicamente è un’agglutinazione delle voci cacio (formaggio) e cavallo e non perché –come inesattamente ritiene qualcuno – tali formaggi che son tipici dell'Italia merid., a pasta dura, dolce o piccante, in forme simili a grosse pere allungate, fatto con latte intero di vacca vengano conservati a coppie, legati a cavallo di un bastone, ma perché prodotti in altura dai pastori/casari vengon trasportati a valle a dorso di cavallo. Cafone s.m. s. m. [f. -a] altra voce di accertata culla napoletana ed in genere meridionale (cfr. siciliano e calabrese: cafuni oltre l’identico cafone partenopeo) , pervenuta poi nel lessico nazionale ad indicare il contadino, il provinciale, il bifolco e per estensione la persona villana, zotica, maleducata: comportarsi da cafone. DIM. cafoncello come agg. che è maleducato, villano o che denota un gusto volgare: un individuo cafone; una cravatta cafona. Come ò detto la voce di nascita fu campana e come riportato da tutti i dizionarî della lingua napoletana con il termine cafone si intende il villano, lo zotico,il contadino; interessante nel napoletano la distinzione tra ‘o cafone sic et simpliciter usato per indicare il villano, il contadino, il bifolco proveniente dalla provincia napoletana, e ‘o cafone ‘e fora usato per indicare il villano, il contadino, il bifolco, piú spesso il montanaro provenienti da altre province campane e/o meridionali. In italiano non esiste distinzione di sorta e non v’ànno problemi in ordine alla definizione di cafone. Il problema sorge quando si comincia a congetturare intorno all’etimologia della parola..Ci sono numorose opinioni : in primis quella che, partendo da scritti di Cicerone(Filippiche ed altro), la riallaccia ad un nome personale di origine osca: CAFO riferito con tono spregiativo ad un uomo incolto e villano; qualche altro congettura una derivazione della voce dal nome di un centurione romano (Cafo, I sec. a. C.), a cui sarebbero stati elargiti dei fondi nell'agro campano; altra opinione è quella che riallaccia il termine cafone al verbo osco( verbo la cui esistenza, peraltro, non è provata) *kafare= zappare.Segnalo infine la proposta (che mi pare migliore di altre) ed alla quale mi sento di aderire, mettendo via una mia precedente idea, che a questo punto metto da parte ed abbandono per fare mia quella dell’amico prof. Carlo Jandolo, (proposta, ripresa per altro da una pregressa di G.Alessio), che collega la parola cafone al greco: skaphèus, collaterale di skapaneus= contadino, zappatore. Escludo altresí, in quanto da ritenersi leggende metropolitane, le idee che cafone possa derivare dal fatto che gli abitanti dell’entroterra o della piú remota provincia onnicomprensivamente detti cafune, giungendo in città,vi camminassero legati gli un gli altri con una fune,per evitare di perdersi o l’altra idea che fossero detti cafune gli abitanti dell’entroterra o della piú remota provincia che venissero in città ad acquistare bestiame e vi giungessero armati di fune per legare e tirar via le bestie comprate. Ciò annotato passo ad indicare quella che per un qualche tempo fu la mia diversa opinione che si fondava sul fatto che, storicamente, nel tardo ‘800 ed ai principi del ‘900 eran definiti, nel parlar comune,cafoni non solo gli zappatori, i villani e consimili, ma estensivamente un po’ tutti gli abitanti o i nativi dei paesini dell’entroterra campano, paesini arroccati sui monti ,-come quelli del sannio- beneventano, del casertano o dell’ alta Irpinia - difficili da raggiungere e chi li raggiungeva con carretti o altro aveva bisogno di aiuto per ascendere fino al paese propriamente detto. A tale bisogna provvedevano nerboruti paesani che scendevano incontro ai visitatori , ed erano armati di robuste funi con le quali aiutavano nell’ascensione le persone bisognose d’aiuto.Tali paesani erano indicati con la locuzione “chille cu ‘a fune o chille c’’a fune “ id est: quelli con la fune. Da c’’a fune a cafune il passo è breve ed opinai per un poco che fosse ipotizzabile che con esso termine cafune si indicassero tutti gli abitanti dell’entroterra o della piú remota provincia. cafune è comunque un plurale. Il singolare cafone pensai si sia formato successivamente tenendo presente i consueti fenomeni metafonetici della lingua napoletana alla stregua di guaglione che al plurale fa guagliune. Oggi come ò già detto,convengo che la mia non sia ipotesi propriamente scientifica e possa apparire addirittura un’ipotesi paretimologica,tuttavia penso che, in mancanza di acclarate certezze, a chiunque è consentito percorrere strade impervie o diverse, salvo alla fine, ravvedersi e cambiare opinione, nell’inteso che sulo ‘e fesse nun cagnano maje idea (solo gli sciocchi non mutano mai opinione!). Calamaro s.m.1 mollusco marino commestibile, simile alla seppia, ma con corpo allungato, ampie pinne laterali, sottile conchiglia interna e dieci tentacoli; in caso di pericolo emette una sostanza nera, detta comunemente inchiostro, che intorbida le acque (cl. Cefalopodi) 2 (fam.) traccia bluastra che compare sotto gli occhi di chi è molto stanco o ammalato. Voce di origine partenopea usata nel napoletano sia per indicare il mollusco marino commestibile che il contenitore dell’inchiostro; semanticamente fu proprio il fatto che il mollusco in caso di pericolo emettesse una sostanza nera, detta comunemente inchiostro a fargli attribuire il medesimo nome di calamaro che con derivazione dal lat. calamariu(m) agg., deriv. di calamus 'canna, penna per scrivere' indicava in napoletano il contenitore dell’inchiostro. Calzone s.m. voce maschilizzata ed accrescitiva (cfr. suff. one) di calza (dal lat. mediev. calcea(m), dal class. calceus 'scarpa, stivaletto'; 1 correttamente da usarsi al pl.per indicare l’indumento, in origine maschile ma oggi diffusissimo anche fra le donne, che copre il tronco dalla vita in giú e le gambe separatamente; pantalone: calzoni corti, lunghi, alla zuava | mettersi i calzoni lunghi;à messo i calzoni (fig.)detto di un ragazzo, diventare grande | farsela nei calzoni, (fig. fam.) avere una gran paura | è la moglie a portare i calzoni, (fig. fam.) a comandare in casa. DIM. calzoncini PEGG. calzonacci 2 ciascuna delle due parti dei calzoni che rivestono le gambe: calzone destro, sinistro 3 (gastr.) involucro di pasta di pane, in genere ripieno di mozzarella e prosciutto, che viene fritto o cotto in forno; è tipico di alcune cucine centromeridionali; è proprio in quest’ultima accezione che la voce nap. cazone→calzone è pervenuta nella lingua nazionale. Camorra s. f. 1 associazione segreta criminale sorta a Napoli nei secc. XVI e XVII ma diffusasi soprattutto nell'Ottocento; regolata da un primitivo segreto codice d'onore, agí inizialmente nelle case di pena, dove taglieggiava i detenuti; piú tardi, con uno sviluppo parallelo a quello della mafia, prese via via il controllo del gioco clandestino, della prostituzione, del mercato alimentare, della speculazione edilizia, del contrabbando del tabacco e della droga; 2 (estens.) gruppo di persone che opera per realizzare illeciti vantaggi personali e collettivi a danno del diritto altrui; insomma setta di malviventi che uniti in consorteria tentano di procacciar con ogni mezzo lecito, ma piú spesso illecito, guadagni e benefici ai propri membri; etimologicamente, a mio avviso, la originaria voce nap.(poi pervenuta nell’italiano) camorra piú che derivata dall’omofono ed omogrofo spagnolo camorra= rissa, contesa nell’inteso che l’affiliato alla camorra(camorrista) sia un attaccabriga, è corruzione ed adattamento di altro termine spagnolo, cioè di gamurra che, a sua volta è da chamarra = abito di foggia iberica preferito dalla peggior risma di lazzaroni partenopei); voce derita da quella a margine, come ò già accennato è camorrista s. m. e f. [pl. m. -sti] 1 chi appartiene alla camorra, chi ne è affiliato, adepto, seguace ; 2 (estens.) chi favorisce gli amici a scapito della giustizia; chi cerca di ottenere mediante favoritismi ciò che non gli è dovuto. Capitone s.m (ma nel napoletano neutro (cosí come molti altri nomi di alimenti {pane, caffè etc.}) termine ittico usato per indicare l’anguilla femmina di grosse dimensioni, pregiata per le sue carni;per traslato nell’italiano la voce a margine indicò anche un filo di seta grosso ed ineguale ed ancóra, forse per la forma, l’alare del focolare.Il capitone è cibo tradizionale, soprattutto a Napoli, delle feste natalizie; quanto all’etimo è dal lat. capitone(m) 'che à la testa grossa', deriv. di caput -pitis 'capo'. Caponata o capponata, s. f. (gastr.) voce pervenuta nell’italiano dal napoletano (dove però è capunata) o forse piú esattamente dal siciliano (caponata); 1 galletta (vedi oltre fresella) ammorbidita nell'acqua e condita con olio sale ed aceto ed altri ortaggi e/o aromi. 2 specialità della cucina siciliana a base di melanzane e sedani fritti, olive, capperi e pomidoro. Le voci a margine ed altre che ibidem incontreremo indicano ad un dipresso in tutta Italia una zuppa o pietanza volta a volta calda o – piú spesso – fredda i cui ingredienti variano di regione in regione, ma in tutte partano da un comune sostrato rappresentato da pezzi di galletta, pane duro o biscottato opportunamente ammollati in acqua fredda, sui quali pezzi vengon sistemati, nella originaria versione fredda, i piú svariati ingredienti: olio, olive conce, acciughe sott’olio, capperi ed aceto e talvolta, in quella napoletana,oltre ai precedenti ingredienti, anche cipolle e pomidoro maturi. Quasi solo in Sicilia la caponata è una zuppa calda di ortaggi fritti (melanzane, sedano) addizionati di capperi ed olive e ripassati in una salsa di pomidoro in agrodolce; tali ortaggi fritti vengon comunque serviti, sistemati su di un letto di pezzi di galletta, pane duro o biscottato (freselle) ammollati in acqua fredda. Ciò detto precisiamo che i toscani chiamano la caponata fredda cappon magro; i liguri la dicon, dritto per dritto dallo spagnolo, caponada o capon de galera o anche cappone in quanto zuppa che veniva consumata sulle galee e furon proprio i marinai delle galee che furbescamente e per dileggio verso gli armatori diedero il nome di cappone (in assenza di quelli veri) a quella semplice zuppa fredda che risultava composta con del pane tagliato quasi come tagliato è il pollo castrato che prende il nome di cappone dal lat. volg. *cappone(m), per il class. capone(m), in relazione con il gr. kóptein 'tagliare'; in sardo la caponata è capponada, mentre in italiano la voce caponata è anche capponata. In lingua napoletana abbiamo capunata, e tutte le voci regionali ànno un probabile etimo iberico variamente adattato: caponada e si può ritenere che la ricetta originaria di zuppa fredda, i marinai l’abbiano mutuato dagli omologhi spagnoli e portata in giro (eccezion fatta per la Sicilia (dove non è azzardato pensare che l’abbiano portata gli arabi)) per tutta la penisola. La caponata napoletana prevede, come segno distintivo, accanto all’uso del pomodoro, quello delle freselle irrorate d’olio d’oliva e.v.p.s. a f. ed addizionate di pomidoro maturi grossolanamente spezzettati, cipolla rossa o dorata affettata, capperi ed olive nere denocciolate, acciughe sott’olio, origano, sale e pepe. A margine e completamento di quanto detto preciso che accanto all’etimo iberico caponada, per la voce partenopea capunata non è inesatto pensare ad un denominale di un lat. volgare caupona/ae= osteria in quanto la capunata fu un prodotto tipico di osteria; quanto alla morfologia, è normale il passaggio di au→a pretonica come augustus→agosto. Cardello s. m. , più spesso nel diminutivo cardellino ant. e tosc. calderino, uccellino variopinto, comunissimo in Italia, con fronte e gola rosse, fascia gialla sulle ali, becco conico; è buon cantatore (ord. Passeriformi); la voce italiana a margine è un inutile adattamento morfologico del nap. cardillo che trasse la voce dal lat. volg. cardellu(m), per il class. card(u)ílis, deriv. di carduus '(uccello) del cardo' Carosello s. m. 1 in età rinascimentale, torneo di cavalieri che si esibivano in esercizi spettacolari gareggiando tra loro | (estens.) evoluzione o parata di cavalieri, e oggi anche di mezzi motorizzati, per celebrare ricorrenze o festività: il carosello dei carabinieri 2 giostra per i bambini, nelle fiere 3 qualunque movimento circolare vorticoso (anche fig.): un carosello di automobili; un carosello di idee 4 breve programma pubblicitario trasmesso un tempo dalla televisione italiana e divenuto molto popolare; la voce italiana a margine è pervenuta nell’italiano per adattamento morfologico (cfr. D.E.I.)marcata sul napoletano carusiello (salvadanaio di creta)diminutivo di caruso 'testa rapata', poi 'palla di creta', poiché in origine pare che i cavalieri giostranti si lanciassero palle di creta; rammento a margine che la voce caruso è anche nel siciliano per indicare un ragazzo, un bambino, quelli che – per motivi di pulizia – usan portare la testa rasata. Carrozzella s. f. 1 vettura a quattro ruote, con chiusura a mantice, trainata da un cavallo, per il trasporto di un contenuto numero persone (massimo quattro), piú il vetturino che però è sulla cassetta della vettura. 2 carrozzina per bambini 3 veicolo, a motore o spinto a mano, per il trasporto di persone invalide | finire in, sulla carrozzella, diventare invalido 4 a Roma, a Napoli e in altre città meridionali, piccola carrozza di piazza per il trasporto di al massimo quattro persone, oltre il vetturino che siede a cassetta; è proprio in questa accezione che la voce nap. carruzzella è pervenuta nell’italiano attraverso un adattamento morfologico; pur essendo vettura in uso anche a Roma, colà non è detta carruzzella/carrozzella ma botticella ecco perché reputo che la voce a margine sia un autenticonapoletanismo/meridionalismo atteso che il termine botticella non à mai passato i confini laziali. Rammento, circa la botticella romana, che quantunque il D.E.I.lo derivi quale diminutivo da botte, preferisco la scuola di pensiero che reputa botticella un derivato del francese boite, nomignolo affibbiato alle carrozze da piazza romane dagli zuavi francesi (di stanza a Roma intorno al 1850) per essere le vetture eccessivamente contenute: quasi delle piccole scatole. Quanto all’etimo, carruzzella donde carrozzella è un diminutivo (cfr. il suff. ella) di carrozza che è da un lat. carroccja con il consueto passaggio di ccj a zz. Cazzata s. f. voce napoletana in origine di provenienza gergale poi d’uso generale nel linguaggio del popolo basso per significare errore marchiano, sciocchezza, stupidaggine,azione sciocca, scemenza, insensatezza, scempiaggine, bestialità, fesseria. Voce, come ò detto e qui ripeto del napoletano(dove nacque con provenienza da cazzo che è termine marinaresco dal greco akation= albero della nave), quasi che l’azione sciocca o sconsiderata cui si dia il nome a margine fosse compiuta da un cazzo e non da un soggetto pensante; voce pervenuta dal napoletano tal quale nell’italiano dove spesso però è eufemizzata in cacchiata come ugualmente si suole eufemizzare in cacchio! la corposa esclamazione cazzo! Chiatto a.m. e/o s.m. 1 detto di battello, che è a fondo piatto; asse di legno molto larga 2 (agg.vo) detto di persona, grasso. ACCR. chiattone Pure questa a margine è un napoletanismo accolto nel linguaggio familiare dell’italiano; quanto all’etimo è un derivato del lat.volg. *plattu(m) equivalente a planus; cfr. il greco platýs; normale nel napoletano il passaggio di pl+vocale o di cl+vocale a chi cfr. pluere→chiovere, clausum→chiuso. Chiavica s.f. 1 fogna, cloaca (anche fig.) 2 struttura edificata all'origine o allo sbocco di un canale, dotata di paratie per regolare il deflusso delle acque. Altro napoletanismo accolto nella lingua italiano con un piccolo, quanto inutile adattamento morfologico: in napoletano la voce, nel significato sub 1, è registrata come chiàveca; quanto all’etimo è un derivato del lat. tardo clavica(m), per il class. clovaca(m). Ciuccio s. m. 1 asino, ciuco 2 (fig.) persona ignorante | ragazzo che non riesce negli studi. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una voce napoletana pervenuta poi nell’italiano: ciuccio = asino s. m. quadrupede domestico da tiro, da sella e da soma, con testa grande, orecchie lunghe e diritte, mantello grigio e un fiocco di peli all'estremità della coda, ritenuto paziente e cocciuto nonché (ma non se ne intende il perché) ignorante; varie sono le proposte circa l’origine della parola:chi dal lat. cicur= mansuefatto domestico; chi dal lat. *cillus da collegare al greco kíllos= asino; chi dallo spagnolo chico= piccolo atteso che l’asino morfologicamente è piú piccolo del cavallo; son però tutte ipotesi che non mi convincono molto; e segnatamente non mi convince quella che si richiama all’iberico chico= piccolo, a malgrado che sia ipotesi che appaia semanticamente perseguibile. Non mi convincono altresí, in quanto m’appaiono forzate, l’idee che il napoletano ciuccio sia da collegare o all’italiano ciuco o all’italiano ciocco. Vediamo: il ciuco della lingua italiana è sí l’asino ma nessuno spiega la eventuale strada morfologica seguita per giungere a ciuccio partendo da ciuco; d’altro canto non amo, qui come altrove, quelle etimologie spiegate sbrigativamente con il dire: voce onomatopeica oppure origine espressiva ;persino il D.E.I. quanto all’etimo di ciuccio arzigogola un per nulla convincente deverbale di ciucciare = poppare, quasi che l’asino/ciuccio fosse un animale perennemente poppante; che assurda pretesa! Del resto anche la voce italiana ciuco etimologicamente non viene spiegata se non con un inconferente origine espressiva; allo stato delle cose mi pare perciò piú perseguibile l’idea che sia l’italiano ciuco a derivare dal napoletano ciuc(ci)o anziché il contrario. Men che meno poi mi solletica l’idea che ciuccio possa derivare dall’italiano ciocco= grosso pezzo di legno e figuratamente uomo stupido, insensibile ed estensivamente ignorante e dunque asino. No, no la strada semantica seguíta è bizantina ed arzigogolata: la escludo! In conclusione mi pare piú perseguibile l’ipotesi che la voce ciuccio vada collegata etimologicamente alla radice sciach dell’arabo sciacharà= ragliare che è il verso proprio dell’asino, secondo il seguente percorso morfologico: (s)ciach→ciuch→ciuccio; rammento che in siciliano l’asino è detto sceccu con evidente derivazione dalla medesima radice sciach dell’arabo sciacharà= ragliare. Citrullo agg. e s. m. [f. -a] sciocco, babbeo. persona stupida, che agisce con poco cervello DIM. citrullino ACCR. citrullone PEGG. citrullaccio citrullamente avv. da citrullo. Voce che è un contenutissimo adattamento morfologico del napoletano cetrullo= cetriolo,uomo goffo e sciocco dal lat. volg. *citriolum, deriv. di citrus 'cedro' per il colore, con il seguente passaggio morfologico: citrōlium→citrulium→cetrullium→cetrullo donde il citrullo italiano; semanticamente la forma cilindrica dell’ortaggio giustifica il passaggio metaforico da cetrullo/citrullo a sciocco, babbeo mentre morfologicamente è normale la chiusura della tonica lunga ō in u ed il raddoppiamento espressivo della liquida l nella sillaba finale. Coppola s.f. voce napoletana ed in genere meridionale usata per indicare il berretto basso con visiera, usato spec. in Sicilia ed un po’ tutto il meridione, portato ben calcato sulla nuca e per il tramite della visiera, tirato in avanti quasi sugli occhi; quanto all’etimo la voce risulta derivata dal tardo latino *cuppola diminutivo (vedi suff. ola) di cuppa(m) per il classico cupa(m) che indicò oltre che la botte, il barile etc. anche qualsiasi oggetto che avesse forma concava o ondeggiante e persino la nuca, quella stessa su cui, come ò detto si porta ben calcato il berretto a margine. Faraglione s. m. scoglio grande ed erto, staccato dalla costa come residuo dell'erosione marina: es.: i faraglioni di Capri. Voce passata nell’italiano proveniente dai linguaggi dell’Italia meridionale e segnatamente da quello partenopeo dove etimologicamente giunse marcato sull’iberico farallón; non è perseguibile l’idea che la voce a margine derivi da faro. Fesso agg. e s. m. [f. -a] (pop.) sciocco, balordo (detto spec. di persona) | fare fesso qualcuno, ingannarlo, imbrogliarlo; con diversa accezione: stanco, spossato e con diversa provenienza agg. (ant. , lett.) spaccato, tagliato per il lungo.Ò parlato di diversa provenienza, perché la voce a margine nella prima accezione di sciocco, balordo, stupido etc. è voce napoletana pervenuta nell’italiano per traslato con adattamento al maschile di un’originaria voce napoletana femm. fessa(part. pass. di fendere) = vulva Fresella s.f. voce di pretta origine meridionale usata per indicare un particolare gustosissimo tipo di biscotto o galletta secca che per essere consumata occorre spezzettare ed ammorbidire in acqua o brodo; la fresella napoletana, e meridionale in genere, altro non è che una fetta di pane messa nuovamente nel forno (e dunque biscottata): ma basta spugnarla con un po’ d’acqua, ed ecco che, “dopo molto tempo”, quel pane lo si ritrova, pronto all’uso. La fresella è un cibo povero. Nel senso di “adatto ai poveri”, perché costa poco. Ma è povera anche lei, priva com’è di tutto. Anche di grassi, il che la rende perfetta per le diete. Assai piú dei crackers, e dei grissini che son grassi anzi che no, essendo fatti con l’olio, o con altri grassi, nel maldestro tentativo di dar loro un po’ di sapore. Ma proprio qui sta la grandezza della fresella: lei non pretende nemmeno di avercelo, il sapore. La fresella si candida come umile compagna di viaggio, e in questo è impagabile. La sua asciuttezza le rende resistente al tempo ed alla distanza: trattandosi di pane già secco in partenza, non può infatti diventare secca. E soprattutto, non va a male. Va piuttosto a mare: i marinai, costretti a lunghi mesi di navigazione senza toccare terra, se ne portavano appresso quantità ragguardevoli. Se la mangiavano sul mare, e col mare: spugnandola cioè in un po’ d’acqua salata. In modo da ammorbidirla e salarla al punto giusto. Non che abbiano smesso di farlo: le classiche gallette, ultima risorsa alimentare in condizioni di emergenza, sono strette parenti della fresella. Forse per via della storia di esploratrice e di giramondo che à, la fresella sta bene con tutto. E con tutti. La morte sua? Amica dei marinai com’è, il suo elemento è l’acqua. Da quella di mare, già citata, all’acqua dei fagioli. E per restare nel liquido, il brodo di polpo, ed il sugo della trippa (zuppa ‘e carnacotta). La fresella è l’ingrediente-base della caponata. Una caponata senza la fresella è come Roma senza il Colosseo, Milano senza il Duomo, Napoli senza il Vesuvio: un’assurdità. Per fare la vera caponata (napoletana), insieme alla fresella devono esserci l’olio, il pomodoro, l’origano e il sale (un pizzico, mai troppo!). Almeno in origine: poi vi si aggiungeranno ad libitum le acciughe (per l’apporto proteico), uova sode e, talvolta, le olive verdi. Ma della caponata ò già detto. Tornando alla fresella, della sua presenza nel sud d’Italia ci sono testimonianze già a partire dal 1300. Di lei rimane l’eco nelle voci dei venditori ambulanti. A Napoli le freselle le vendeva il tarallaro, che batteva incessantemente le strade della città coi suoi mitici taralli ‘nzogna e ppepe contenuti entro una grande sporta, e tenuti in caldo con una coperta o sacchi di juta. Spesso il tarallaro si portava appresso anche un po’ di freselle (come si vede, ancora una volta in posizione subalterna, mai protagoniste). Intorno al 1870 questo era il grido del tarallaro: “Pe se scarfà lu vernecale dinto a chistu piattiello, cótene cu freselle ogneduno sta a magnà!”(Per riscaldar lo stomaco, ognuno mangia in questo piattino cotiche con freselle”) . Cibo per lo stomaco del popolo, la fresella è perciò presente nella lingua del popolo: il dialetto. E proprio in dialetto la citano due grandi della poesia napoletana, Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo. A segnalare la familiarità dei napoletani con la fresella, a Napoli questo termine passò, nei secoli scorsi, ad indicare le percosse (‘e mazzate), e l’organo sessuale femminile (“Chella guagliona teneva sotto ‘na fresella….”) . Nel passaggio dal vernacolo alla lingua; dal popolino alla cultura, la fresella sparisce. Nei dizionari italiani non comparve affatto, (ma oggi, finalmente!, il Treccani à reso giustizia alla voce a margine…) se non in quelli gastronomici. Uno per tutti, il Piccinardi, che alla voce frisella (a mio avviso, improvvido ed inutile adattamento dell’originaria fresella o frisedda” recita: “Pane biscottato a forma di ciambella tipico della Puglia e della Campania. Viene fatto con farina bianca o integrale, acqua e lievito di birra. E dopo una prima cottura viene tagliato a metà e rimesso in forno a biscottare. Prima di essere consumato va ammorbidito in acqua fredda….” Come per la caponata, sull’origine del termine fresella non vi sono certezze. Sgomberiamo per prima cosa il campo dalle false etimologie, che chissà perché sono di solito le piú accreditate: fresella non deriva da fresa (. Semanticamente le due cose non ànno visibilmente niente in comune, senza contare che la fresa (utensile a taglienti multipli che, montato su una fresatrice, un tornio o un trapano, serve per produrre scanalature, profili sagomati, allargare fori ecc.voce derivata dal francese fraise, deriv. di fraiser, propr. 'pieghettare') è nata molto tempo dopo (fine XVIII sec.). Né è ipotizzabile, quantunque sostenuto da un qualche dotto studioso che fresella provenga da una fresa del latino med. dove stette per fava pestata; anche in questo caso mi pare che la semantica osti. E nemmeno proviene da fresillo: in napoletano, nastrino. Anche se la forma oblunga di talune freselle potrebbe richiamare, alla lontana, un nastro. Certe etimologie verrebbe voglia di accreditarle solo per rendere omaggio alla fantasia degli studiosi che le ànno partorite. È il caso di questa che segue : frisoles, che però in spagnolo vuol dire fagioli. Ed è appunto nella già ricordata acqua di fagioli bolliti che un tempo veniva spugnata la fresella. Peccato che questa pratica fosse solo una delle tante, e certamente non la piú diffusa, tale da poter determinare il nome del biscotto intinto nell’acqua dei fagioli! Fresella deriva invece, con buona probabilità, se non certezza, dal latino frendere, che vuol dire, spezzettare, macinare, pestare, stritolare; e dunque fresella è un diminutivo del part. pass. f.le fresa del verbo frendere.Plinio usava infatti questo verbo nell’accezione di ridurre in piccoli pezzi, e dalla medesima radice verbale proviene l’aggettivo friabile. Ed in effetti la croccante e ruvida fresella, per esser consumata, dev’essere piú o meno ammorbidita nell’acqua o in altri liquidi, e poi sminuzzata per essere assunta con soddisfazione, anche senza l’aggiunta di condimenti o altro. Fusillo s. m. voce merid.e segnatamente partenopea (gastron.) Spec. al plur., sorta di pasta a forma di piccole strisce attorcigliate a spirale; quanto all’etimo si tratta di un diminutivo (cfr. il suff. illo ) della voce fuso(arnese di legno dalla caratteristica forma rigonfia al centro e con le estremità assottigliate, usato nella filatura per produrre mediante rotazione la torsione del filo etc. ) voce che è dal lat. fusu(m) Guaglione s.m. altra voce che, pur se accolta in tutti i dizionarî della lingua italiana, nasce a Napoli e poi di qui trasmigrata; con il termine guaglione viene indicato l’adolescente, il ragazzo poco piú che decenne che abbia eletto per proprio regno la strada nel cui rutilante chiasso, si diverte, gioca e magari presta la sua piccola opera servizievole nell’intento di lucrare piccolo guadagno: ‘o guaglione d’’e servizie, ‘o guaglione ‘e puteca quando si tratti di ragazzo avviato ad un lavoro piú o meno stabilmente retribuito; pertanto con il termine guaglione a Napoli non si indica il bambino, che è detto propriamente: criaturo o anche ninno o nennillo e – quando si tratti di piccolissimo - anche anema ‘e Ddio. Per ciò che riguarda l’etimologia, la questione è di non poca cosa, avendo il vocabolo scatenato la fantasia di addetti ai lavori e/o filologi della domenica e sono state avanzate le ipotesi piú disparate ed è molto difficile bordeggiandole attingere un sicuro approdo. Ecco perché mi limiterò a dare un sommario elenco di dette ipotesi, e a suggerire alla fine, l’ipotesi che ritengo piú perseguibile. A – si cominciò, temporibus illis, a scomodare il greco kallos, kallion: bellino, grazioso, nella pretesa forse che il guaglione dovesse essere per forza grazioso, ma non v’à chi non sio possa render conto che si trattava di una pretesa non supportata da alcuna documentata prova, per cui escluderei senz’altro l’ipotesi. B –Si congetturò pure che guaglione potesse derivare sempre dal greco, ma dalla parola gala = latte, ma non si vede cosa possa mettere in rapporto il latte con il ragazzo di strada che non è certamente un poppante; l’ipotesi è pertanto – a mio avviso - da scartare. Come è, a mio avviso, da scartare l’ipotesi C, sebbene caldeggiata dall’Alessio nel suo dottissimo D.E.I., che fa derivare la parola di cui ci occupiamo dal greco gàneone(m) che sta ad indicare il frequentatore di bettole, l’ubriacone, o peggio! il frequentatore di postriboli: personaggi che non posson certo configurare, d’acchito, il guaglione. Non nego che, talvolta, il guaglione possa aver alzato il gomito o frequentato bordelli, ma da ciò a ritenerle sue precipue attività (tanto da farne derivare il nome...)mi pare ce ne corra! D – Ugualmente non perseguibile mi pare l’opinione espressa dal pur grandissimo Rholfs, che (lasciandosi stranamente, per uno studioso di chiarissima fama, suggestionare da una sorta di assonanza…) accosta la parola guaglione a guagnone e cioè: colui che piange, ma anche questa mi pare una petizione di principio inconferente; perché mai il guaglione dovrebbe tanto piangere, da far trarre da ciò l’origine della parola? E – Ipotesi ugualmente da scartare son quelle che che tirano dentro le parole latine : qualus= cesto e qualis= quale, termini che chiaramente sono inconferenti rispetto la sostanza del nostro guaglione F – Si è cercato, da qualcuno di coinvolgere il francese con la parola garçon, che –è vero – indica il ragazzo di bottega, ma da esso lemma in napoletano è derivato guarzone, per cui scarto l’ipotesi. G. – Neppure mi convince l’idea, espressa marginalmente dall’ amico prof. C. Jandolo nel suo conciso Dizionario etimologico napoletano, che guaglione possa derivare da un ipotizzato *valione(m) dal verbo valére: valido, vispo; non mi risulta infatti che tutti i guagliuni siano necessariamente vispi, validi e valenti… H -Scarto altresí la pretestuosa derivazione dal francese gaillard, amologa del nostro gagliardo, giacché non è scritto da nessuna parte che ‘o guaglione debba essere forte e muscoloso. I - Sempre nell’ambito della lingua francese riporto quanto ebbe a dire il giornalista A. Fratta scrivendo sul Mattino di Napoli allorché affermò di avere udito in quel di Marsiglia apostrofare i ragazzi di strada con il termine vuaiú (voyou) stranamente simile al suono del nostro guagliú (vocativo di guagliune plurale di guaglione; si tratta di una tentazione, ma se si esclude il tenue legame del francese voie = strada con il guaglione partenopeo, troppe sono le discrepanze morfologiche e semantiche che ostano a che si possa accettare simile discendenza.Non dimentichiamo che in francese il termine voyou è un sostantivo che indica . un mascalzone, una canaglia, un delinquentello ed ancóra un giovinastro, un ragazzaccio; tutte queste connotazioni negative, mi pare siano estranee guaglione (ragazzo) in quanto tale. Per concludere mi pare si possa proporre l’ipotesi di far discendere dal sempre vivo basso latino galione(m)= giovane mozzo,servo sulle galee)la parola guaglione soprattutto tenendo presente quel ragazzo dei servizi o guaglione ‘e puteca di cui sopra. Ricorderò d’aver ritrovato attestato la voce galionem a pag. 640 del Du Cange – Glossarium ad scriptores mediae et infimae latinitatis. Guappo s.m. voce viva e vegeta con molti derivati nei linguaggi partenopeo e/o meridionali, voce nata al sud ed ivi testimoniata fin dalla fine del XVII sec., ma trasmigrata dapprima in area lombarda e poi accolta nel lessico nazionale nei significati di prepotente, sopraffattore, prevaricatore, tirannico, aggressivo, arrogante, bullo, sfaccendato, audace, e poi anche ostentato nel vestire e nell’incedere e da ultimo (XX sec.) teppista, bravaccio, camorrista, persona sfrontata e tracotante, spavaldo. Quanto all’etimo la maggioranza degli addetti ai lavori, a cominciare dal D.E.I., propendono per una culla iberica (guapo= bello, vistoso) la cosa però non mi convince molto attesa anche l’esistenza della voce francese guape = teppista che, a quel che pare, fu recepita nello spagnolo che ne trasse il suo guapo dal quale poi il napoletano avrebbe mutuato il suo guappo; solo un’attenta ricerca storico-linguistica ci potrebbe dire perché mai il napoletano avrebbe dovuto attingere nello spagnolo e non direttamente dal francese gergale antico; confesso di non essere attrezzato per una tale attenta ricerca storico-linguistica; mi limiterò perciò ad evitare sia la via iberica che quella francese, per tornare a percorre, in ottima compagnia: Cortelazzo- Zolli, come già feci alibi, la strada di un lat.classico vappa=, vinello inacetito e per trasl. dissipatore, degenerato, uomo buono a nulla, cattivo soggetto; in tale ipotesi non osterebbe, a mio avviso, la mutazione metaplasmatica (?) di v in g presente anche alibi come ad es.: vorpa/volpa→golpa che è dal latino vulpe(m) o al contrario di g in v come ad es in gulio→vulio= voglia. Iettatura s.f. 1 influsso malefico che, secondo la superstizione popolare, sarebbe esercitato da alcune persone o cose 2 (estens.) sfortuna, disdetta. Tipica voce partenopea attestata la prima volta nel 1777 in Nicola Valletta (Arienzo 1750 - † Napoli 1814 professore degli Istituti Civili e di Diritto Romano all'Università di Napoli)nel suo Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura. La voce, e la derivata iettatore,( persona che esercita influssi malefici) sono approdate nel lessico dell’italiano sia pure con il piccolo adattamento morfologico di sostituzione dell’originaria j di jettatura ed jettatore con una piú ovvia i ottenendo iettatura ed iettatore. Tranquilli gli etimi di iettatura ed iettatore che risultano ambedue deverbali di jettà/are= gettare, lanciare (qui influssi malefici) il verbo napoletano jettà/are trae dal lat. *iectare→iettare intensivo di iàcere= scagliare via. Impepata s. f. usato soprattutto nella loc. impepata di cozze, (gastr.) che è una tipica pietanza a base di cozze fatte bollire in acqua salata (talvolta) di mare e poi condite con olio, spezie e molto pepe o peperoncino; è un piatto tipico della cucina napoletana e/o pugliese (Taranto) la voce risulta essere un deverbale (part. pass.) di impepare (condire con pepe; rendere piccante (anche fig.): impepare una pietanza; impepare un racconto con molte salacità.). Inciucio s.m.è la voce partenopea nciucio ad aver dato l’italiano inciucio che vale intrigo, sobillamento, pettegolezzo ed in ambito politico-giornalistico: accordo confabulatorio non lineare, frutto di basso compromesso. La voce nciucio risulta essere, etimologicamente un deverbale di nciucià a sua volta verbo derivato da un suono onomatopeico (ciuciú)riproducente il parlottío tipico di chi confabula. Partendo da tale premessa ne risulta che la n d’avvio di nciucio e nciucià non è derivata da un in illativo, ma è una semplice consonante prostetica eufonica (come ad. es. nel caso di nc’è per c’è) ; erra perciò chi scrive in napoletano ‘nciucio o ’nciucià con un pletorico ed inutile segno d’aferesi (‘); è l’italiano – come ò detto - che à derivato la voce a margine dal napoletano (seppure in modo cialtronescamente raffazzonato, avendo pensato la n d’avvio del napoletano nciucio, un residuo di in( che nell’italiano è stato erroneamente ricostruito)fino a dare inciucio mutuato dal napoletano nciucià, non è il napoletano nciucio ad esser derivato dall’ inciucio italiano (nel qual caso sarebbe stato opportuno e l’aferesi e la scrittura ‘nciucio). Intrallazzo s.m. La voce a margine pervenuta nella lingua nazionale (sia pure non nella forma aferizzata ‘ntrallazzo, ma nella forma di intrallazzo) con particolare riferimento d’ambito socio-politico, è voce non eccessivamente antica (risale infatti agli anni tra il 1940 ed il 1950)ed è di origine centro- meridionale: Abruzzo, Campania, Silicia; attualmente significa: imbroglio, raggiro, intrigo, ma originariamente stette per: scambio illecito di beni o di favori e con le voci: ‘nderlacce (abruzzese), ‘ntrallazzu (siciliano) e appunto ‘ntrallazzo o anche ‘nterlazzo (napoletano) si identificò dapprima il mercato o borsa nera e solo per stensione l’ imbroglio, il raggiro,l’intrigo dapprima quelli generici, poi segnatamente – complice il linguaggio mediatico – quelli d’àmbito socio-politico. Di non tranquilla lettura l’etimologia della voce a margine; dai piú si pensa ch’essa derivi dal sicil. 'ntrallazzu 'intreccio, intrigo', a sua volta deriv. del lat. volg. *interlaceare, comp. di intra 'tra' e laqueus 'laccio', ma – pur non potendo negare un’ evidente somiglianza tra il siciliano 'ntrallazzu ed il napoletano ‘ntrallazzo penso che per il partenopeo, piú che ad un prestito siciliano, si possa risalire ad un antico tramite catalano: entralasar o anche un antico francese: entralacer ; sia il verbo catalano che quello francese furono forgiati sul precennato lat. volg. *interlaceare, comp. di intra 'tra' e laqueus 'laccio'e valsero: impaniare, intralciare, avviluppare donde il significato di azione che si manifesti in un imbroglio, raggiro,’intrigo; va da sé che il mercato/borsa nera configuri il medesimo imbroglio, raggiro,intrigo. A questo punto non ci resterebbe che discutere se sia stato il napoletano o il siciliano a cedere alla lingua nazionale il vocabolo in esame; ma – atteso che comunque si tratta di un meridionalismo, lo stabilire l’esatta paternità sarebbe una questione di lana caprina nella quale è inutile e/o pericoloso addentrarsi ed io evito di entrarvi. E passo oltre. Lampàra s. f. barca dotata di una grossa lampada la cui luce attira pesci in branco, usata per la pesca notturna con una speciale rete; anche, la lampada e la rete stesse.trattasi di una voce tipicamente meridionale ( d’uso fra i pescatori della Campania,Calabria, Puglia, Sicilia); quanto all’etimo penso si tratti non di voce derivata da lampada con successiva rotacizzazione della dentale d→r, ma piuttosto una derivazione del lat. lamp(s) addizionato del suff. f.le di pertinenza aria→ara Lagno s.m. per ciò che riguarda la voce a margine occorre fare una precisazione: in italiano esistono due voci omofone ed omografe: lagno La prima è voce originaria della lingua nazionale ed è un s. m. (non com.) e vale lamento o lagnanza insistente; questa voce etimologicamente è un deverbale di lagnarsi che è dal lat. laniare 'dilaniare', poi 'dolersi, lamentarsi', dall'abitudine delle prefiche di graffiarsi e strapparsi i capelli in segno di dolore; e tale voce nella fattispecie non ci interessa; quella di cui mi occupo è il secondo lagno s.m. che è voce pervenuta nel lessico nazionale, proveniente da quello partenopeo nel significato di fossatello con acqua, acquitrino, corso semistagnante in terreno con acqua paludosa, spesso ricoperto di erbe palustri; tipici i cosiddetti regi lagni =canali fognarii e di scolo della reggia che costeggiano appunto i due lati del vialone antistante la reggia di Caserta ed ancóra noti altri regi lagni opere di canalizzazione e bonifica , (piú antiche rispetto a quelli della reggia di Caserta che sono del 1760 circa) iniziate nel 1610 dal viceregno spagnolo che cosí affrontò e risolse un problema che da secoli attanagliava la Campania Felix. Le continue inondazioni del fiume Clanio infatti tormentavano le popolazioni locali e impedivano lo sviluppo urbanistico sin dall’epoca pre-romana. Terminati in 6 anni,i Regi Lagni sono canali rettilinei che raccolgono acque piovane e sorgive convogliandole dalla pianura a Nord di Napoli per oltre 56 Km da Nola verso Acerra e quindi al mare, tra la foce del Volturno ed il Lago di Patria, estendendosi lungo 110 mila ettari pianeggianti dalle grandi qualità agrarie delimitati a nord-ovest dal litorale domizio e dal bacino del Volturno, a sud-est dall'area casertano-nolana e a sud-ovest dai Campi Flegrei. Quanto all’etimo della voce lagno che ci occupa, non v’è idendità di vedute; molti optano per un tema mediterraneo (c)lanius e clanis,voci non meglio chiarite, ma attestate anche nel lat. classico; tuttavia preferisco accodarmi all’idea dell’amico prof. Carlo Iandolo che legge in lagno un agg.vo amnius da amnis=fiume con successiva agglutinazione dell’art. l→ *l-amnius ed esito finale lagnu(s)→lagno , come somniu(m)→sogno. Magliaro s. m. neologismo del linguaggio napoletano, poi pervenuto nell’italiano, neologismo recente (anni 1945/1950) coniato (aggregando al sost. maglia il suffisso di pertinenza aro ) per indicare un venditore ambulante di stoffe o indumenti | poi (spreg.) un commerciante disonesto; furono detti magliari quei meridionali (in primis napoletani) che negli anni tra il 1945 ed il 1950, al termine della seconda guerra mondiale emigrarono in Francia e piú ancóra in Isvizzera, Germania ed Austria accettando, per sopravvivere i piú umili mestieri ed inventandosi quello di venditore ambulante di stoffe o indumenti, molte volte scadenti o procurati spesso in maniera truffaldina; da ciò la voce a margine passò ad indicare in senso dispregiativo un commerciante disonesto; morfologicamente c’è da notare che il suff. nap. aro (che è dal lat. areus) in italiano si muta sempre in aio (cfr. ad es.: nap. sciur-aro it. fior-aio), ma con riferimento alla voce a margine l’italiano aveva già un magliaio ed una magliaia sost. usati per indicare 1)uomo o donna che per mestiere esegue lavori a maglia 2)operaio/a che lavora in un maglificio per cui fu giocoforza accettare il lemma magliaro cosí come era nel napoletano senza adattamenti morfologici. Malocchio s. m. nella credenza popolare, influsso malefico attribuito allo sguardo di certe persone: dare, gettare il malocchio | guardare di malocchio (o di mal occhio), con malevolenza, con avversione, ostilmente; voce che etilogicamente è derivato dall’unione di malo (malu) + occhio (uocchio) e nell’italiano adattamento morfologico della voce napoletana maluocchio voce nata tenendo dietro la pregressa jettatura (di medesimo àmbito). Mammasantissima s. m. invar. (gerg.) capo supremo, capomafia, padrino (o accreditato tale) nelle cosche malavitose: camorra napoletana, ndrangheta calabrese, sacracorona pugliese e mafia siciliana. Voce di origine meridionale, (ma è difficile stabilire quale regione abbia i diritti di primogenitura…) forgiata sull’agglutinazione dell’esclamazione di terrore mamma santissima!profferita, o solo pensata da chi si trovasse d’improvviso alla presenza di un capo malavitoso. Mariuolo ed anche mariolo s. m. il ladro ed estensivamente la persona disonesta in genere anche quando non sia dedita al furto continuato, furfante, imbroglione. (scherz.) Birbante, briccone.L’originaria voce nap. mariuolo è arrivata nell’italiano, ma è stata legata al linguaggio letterario, in quello d’uso comune e nel parlato si è preferito ricorrere alla forma mariolo eleminando la u del dittongo uo inteso mobile come accade in molte parole derivate (cfr. ad. es.: giuoco, ma giocatore – nuovo, ma novità etc.)Non dimentichiamo che nel napoletano culla della voce mariuolo nelle voci derivate a cadere non è la u, ma la o ad es.: mariuolo ma mariuliggio – muorto, ma murticiello. Raffaele Bracale
PAGLIUCHELLA (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it | |
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Re: NAPOLETANISMI E/O MERIDIONALISMI NELL¡¯ITALIANO
Qui di seguito alcune precisazioni che mi appaiono necessarie : 1) circa la voce ammainare C.Iandolo mi propone un diverso percorso morfologico da quello che ¨° segu¨ªto, e cio¨¨: *(i)nvaginare ¡ú *ad-nva(g)inare ¡ú*ad-mmainare ¡ú ammainare. 2) circa la voce bustarella pi¨² che di un suff. dininutivo rella ¨¨ pi¨² corretto parlare di un suff. dininutivo ella+ un infisso ar; 3) circa la voce capunata oltre l¡¯etimo che ¨° proposto, segnalo quello di C.Iandolo che propone una derivazione dal lat. caupona/ae= osteria in quanto la capunata sarebbe un prodotto tipico da osteria. L¡¯idea ¨¨ morfologicamente interessante per la presenza d¡¯un consueto passaggio di au¡úa come in augustus¡úagosto, auscultare¡úascoltare. Raffaele Bracale
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Re: NAPOLETANISMI E/O MERIDIONALISMI NELL’ITALIANO
Un cortese lettore (L.M.)mi à scritto chiedendomi precisazioni sulla voce MARIUOLO. 'O MARIUOLO e cioè il mariolo, il ladro ed estensivamente la persona disonesta in genere anche quando non sia dedita al furto continuato; nel libro napoletano dei sogni che fotografa tutta la vita nelle sue manifestazioni ed accezioni non poteva mancare la figura del mariolo che segnatamente (prima di comprendere il disonesto in genere, il furbo e truffatore) fu quel ladro di basso profilo che a far tempo dalla fine del ‘700 ed i princípî dell’’800 operava piccoli furti di destrezza in istrada sottraendo a disattenti pedoni orologi da tasca , fazzoletti di seta e portamonete; esistettero negli anni che ò detto addirittura delle scuole dove i mariuoli alle prime armi prendevano scuola e si allenavano sottraendo a dei fantocci preparati all’uopo le mercanzie ricordate, facendo attenzione durante gli… allenamenti a non far titinnare i numerosi campanelli di cui erano forniti i pupazzi, campanelli che se avessero titinnato avrebbero dimostrato che il mariuolo non stesse agendo con la dovuta rapidità e destrezza e pertanto avrebbe dovuto continuare ad imparare, magari sferzato dolorosamente dalla verga o dallo staffile del maestro mariuolo. Per ciò che attiene all’etimologia del termine mariuolo non c’è uniformità di vedute; taluno si trincera dietro un etimo incerto, qualche altro prpende per un antico aggettivo francese mariol = furbacchione, qualche altro ancora lo legherebbe allo spagnolo marraio e marrullero = imbroglione, monello; trovo invece molto interessante la scuola di pensiero che fa risalire la voce mariuolo ad un acc. latino malevolu(m)→marevolu(m)→marevuolo con sincope definitiva della v donde mareólo→ mareuólo e mariuólo. Il D.E.I. propone un’orgine da una voce (ma quale?) orientale (turca) e collega a riferimento un greco mod. margiòlos= astuto, furbo, mariolo, ma non indica l’esatta voce orientale (turca) donde sarebbe scaturito il greco mod. margiòlos o il mariuolo partenopeo e poi italiano. No, Carlo Battisti che si prese la responsabilità della lettera M con tale proposta non mi convince e continuo a preferire l’ipotesi dell’ acc. latino malevolu(m)→marevolu(m)→marevuolo con sincope definitiva della v donde mareólo→ mareuólo e mariuólo. brak
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| La realtà | Rispondi |
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Non si capisce perché qualche partecipante al forum debba firmarsi facendo seguire al suo nome e cognome la dicitura di reame. Sarebbe meglio vivere nella realtà non nel mondo dei sogni o dei "balocchi". A parte il fatto che si potrebbe obiettare che un reame non è garanzia di per sè di benessere e prosperità. Quando in Europa esistevano quasi solo monarchie almeno quattro repubbliche hanno garantito benessere ai loro cittadini: la Repubblica di Genova, la Repubblica Veneta o Serenissima , la Confederazione Elvetica e la Repubblica delle Tre Leghe. E questi fantomatici amici perché non si firmano col loro nome o cognome? o magari con uno pseudonimo, come fa chi scrive questa mail? Questo sito ha un certo numero di meriti: non può più diventare il sito di una sola città o di una regione. Siamo al "punto di non ritorno" ormai. A mio parere la cultura regionale è di tutti non solo di nostalgici di regimi passati che esitono ormai solo sui libri di storia: Dobbiamo sforzarci di trovare degli "argomenti in comune". Volenti o nolenti noi apparteniamo alla nostra regione e a un paese che si chiama Italia. Questa è la realtà.
Luis (visiting from Italy) | |
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Re: La realtà
Mi dispiace polemizzare, ma mi ci si tira con i piedi e sono abituato a ribattere colpo su colpo! Nella fattispecie trovo molto piú disdicevole usare uno pseudonimo (noi lo chiamiamo contranomme) che un nome seguíto dalla dicitura REAME! CHI NON À UN PASSATO, NON À UN FUTURO! Che fastidio può dare a gli altri se a me piace vivere nel mio mondo che non à accettato ancóra le ribalderie tracotanti di un masnadiero ladro, farabutto etc. che distrusse, per merito di una manica di traditori,un regno ricco, libero, indipendente e sovrano per consegnarlo al completo di ricchezze e tesori nelle mani di briganti d’alto passo (lèggi savoia). Il mio non è un mondo dei sogni e men che meno dei balocchi… Ah se solo prima di parlare qualcuno si informasse leggendo un po’ di libri di storia scritti però non dai vincitori aggrappati alla greppia del potere! Quanto al fatto poi che il sito ospita molti miei scritti, non significa che la Direzione mi usi preferenze in danno altrui; significa solo che ciò che scrivo forse risulta piú interessante di altri scritti (se ci sono e quando ci sono…). E mi fermo qui augurandomi però che il dr. Simonelli, una volta concessomi questo sacrosanto DIRITTO DI REPLICA, ponga fine a questa sciocca polemica che fa torto all’intelligenza ed alla verità. Raffaele.
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Re: La realtà
Gentile Luis la realtà non è certo articolata nei due soli termini di "regione (...) e di paese" (Italia), come hai scritto tu. La realtà è di ben più ampia portata, profondità e consistenza e non dimentichiamoci l'Europa, realtà storica (etnica, culturale, politica) il cui apporto, per ognuno di noi e per ogni nostra regione o patria è ben maggiore di quello del "bel paese" Italia(?); come pure la dimensione mediterranea è ben più ampia della semplicazione italica. Eppoi il rispetto per la libertà altrui, di espressione, di attribuzione e sogno (reame)... è altrettanto importante; come importante è il rispetto per l'intelligenza e la scienza non piegate, prone e adoranti l'idolo ideologico (latino, romanzo, indoeuropeo, italiano), sia pur in buona fede. Mi tocca dar ragione a Raffaele Bracale e torto xmarso a Luis che tra l'altro, assieme ad altri non è mai stato un gran e buon contributore in questo filò, la cui umanità e socialità è tra le più scarse e misere che si possono incontrare nel web.
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Re: La realtà
Ho capito un certo numero di italiani vuole la ricostituzione dei vecchi stati: anch'io potrei firmarmi Repubblica di Lombardia o Lombardo-Veneta,e poi? la serietà di questo sito dove va a finire? Così facendo significherebbe a mio parere fare un uso politico del sito Non è escluso che fra dieci anni, visto lo stato delle cose l'Italia possa essere divisa in più stati. per la Lombardia potrebbe anche essere una fortuna: 9.000.000 di abitanti, anche il Veneto non avrebbe problemi così come la Toscana o il Piemonte e l'Emilia Romagna. Per altre regioni comunque è tutto da vedere. Non è detto che il Regno delle due Sicilie rinasca: a mio parere Siciliani e Campani non si sono mai amati, così come ad esempio non si amavano al Nord Torino e Milano. Questa volta la Sicilia potrebbe avere la tentazione di fare da sola. l'isola ha delle frecce nel suo arco: il turismo in primo luogo! Bah non sono un indovino, non ho nemmeno la sfera di cristallo per intrevedere il futuro. Io mi sento lombardo e anche italiano. E' proibito forse? I due interventi del Prof Bracale e di Berto sono stati velenosi nei miei confronti. peccato perché io ho criticato un errore e non la persona. L'intervento di Berto non ha senso perché il prof. Bracale si è difeso da solo, non c'era bisogno di qualcuno che lo difendesse. A me piace usare i "nicknames", in fondo questo è marginale, conta quello che si dice e il modo in cui lo si fa e le intenzioni dell'intervento. In questo paese è utile anche cercere di chiarirsi le idee. Spero che l'Italia non si divida in tanti reami o staterelli. Se così fosse potrebbe significare finire nelle mani di qualche "protettore": un tempo lo fu Spagna, poi per breve tempo la Francia e infine l'Austria. Chi decise la fine Garibaldi, come fa comodo credere o far credere, ma la Gran Bretagna soprattutto, e altre potenze europee. Io ho collaborato al sito e lo sapete bene, sapete anche chi sono. L'intervento del Signor Simonelli non è necessario poiché ognuno ha espresso il suo pensiero e la polemica per me è chiusa qui. Resta da vedere se convenga continuare con queste manifestazioni di "smanie" secessioniste e indipendentiste velate che rischiano di mettere in dubbio il buon nome del sito e potrebbero allontanare possibili collaboratori, La lingua e le lingue regionali sono di tutti anche di quelli che non fanno politica o non si interessano alla vita dei vari partiti. Su ragazzi pensiamo per qualche attimo che stiamo passando uno dei momenti più difficili: le economie occidentali sono in grave crisi. Cerchiamo di essere anche un po' concreti. Ad ogni modo io tolgo il disturbo e mi concedo un po' di riposo.
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Re: La realtà
Da leggere: chi decise la fine del reame di Napoli non fu Garibaldi, ma... Scusate per l'errore.
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Re: La realtà
AMEN! SATIS EST! Raffaele(Pagliuchella)
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Re: La realtà
Lei signor Berto non mi chiami gentile per poi offendermi come ha fatto nella sua lettera. capito? La parola torto marcio se la tenga per lei. E non dia del tu alle persone che non conosce per poi umiliarle. Non l'ho neanche chiamato in causa.
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Re: La realtà
Più volte nel corso di quanto sono andato scrivendo in articoli come in libri negli ultimi quasi quaranta anni ho più volte ribadito che non si può veramente avere un futuro se non si ha la conoscenza del passato. Conoscenza, non nostalgia. Nostalgia vuol dire fermarsi, bloccarsi, congelarsi in una posizione assolutamente sterile, restare in un altro mondo anziché vivere nel nostro mondo cercando magari di farlo crescere grazie anche a quel buono che poteva esserci nel vecchio. Vedo che sempre più spesso, da ogni parte, si dimentica il senso della misura, si dimentica il rispetto sacrosanto di ogni diversità di pensiero e di opinione e si preferisce la rissa al dialogo. Lasciamo da parte Reami, Nathion eccetera e rientriamo nella civile quanto cordiale convivenza nel rispetto delle diversità regionali. Mi auguro che le diversità linguistiche, di tradizione, di cultura emergano dal contenuto degli interventi e non si sia così insicuri della proprio "originalità" da avere bisogno di ribadirla in definizioni da far seguire alle propria firma. Me lo auguro davvero. E basta con le risse e le dichiarazioni di principio. Grazie per la dimostrazione di maturità che tutti vorrete dare attraverso questo forum.
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| BRICCONE – BIRBANTE - CANAGLIA – FURFANTE & dintorni | Rispondi |
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BRICCONE – BIRBANTE - CANAGLIA – FURFANTE & dintorni Anche questa volta su quesito dell’amico C.R. (al solito, motivi di privatezza mi impongono di non riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) mi occuperò delle voci italiane in epigrafe, di altri eventuali sinonimi, voci collegate e delle corrispondenti voci del napoletano. Cominciamo con briccone s. m. [f. -a] 1 persona scaltra, malvagia, senza scrupoli 2 (scherz.) persona simpaticamente astuta, riferito soprattutto a ragazzi; birbante. DIM. bricconcello; quanto all’etimo, molti si trincerano dietro il solito pilatesco etimo incerto mentre una sostanziosa scuola di pensiero pensa – epperò non so con quanta esattezza, atteso un’evidente differenza semantica di cui dirò – pensa dicevo ad un antico francese bric = stolto; tale idea non mi convince punto poi che trovo che semanticamente siano addirittura agli antipodi la persona scaltra, astuta, malvalgia indicata con la voce briccone e lo stolto dell’ antico francese bric e mi fa meraviglia che una considerazione tanto ovvia non sia stata fatta da nessuno dei numerosi linguisti che accolgono l’idea che briccone provenga dall’antico francese bric; molto piú perseguibile m’appare l’idea che briccone abbia una relazione di filiazione o fraternità con l’ant. alto tedesco brëcho= offensore, perturbatore,predone, malfattore; un’altra scuola di pensiero pensa per briccone ad un accrescitivo (cfr. il suff. one) di bricco antica voce etimologicamente pare ricostruito su di un termine settentrionale bricca=luogo scosceso, dirupo; bricco valse nel linguaggio regionale furfante ma a mio avviso è molto forzato il collegamento semantico tra il furfante di bricco ed il dirupo di bricca; a questo punto penso proprio che delle tre proposte la migliore via etimologica di briccone sia quella dell’ant. alto tedesco brëcho= offensore, perturbatore,predone, malfattore; procediamo oltre ed abbiamo birbante s. m. e f. - 1. persona scaltra e malvagia che conduce vita poco onesta 2. (scherz.) Ragazzo furbo e impertinente. persona scaltra e malvagia. 3 (ant.) truffatore; quanto all’etimo la voce a margine risulta il part. presente di un non attestato *birbare che a sua volta pare marcato su di una lettura metatetica del sost. fr. bribe 'tozzo di pane dato per elemosina', quindi birbare varrebbe in primis accattonare, elemosinare e di conseguenza il birbante verrebbe, in primis, ad essere un accattone, un vagabondo, e solo per ampiamento semantico: un briccone,uno scaltro, un malvagio. Andiamo oltre: canaglia s. f. 1 individuo malvagio, ribaldo | (scherz.) persona astuta, birbante 2 (lett.) gente spregevole, marmaglia;quanto all’etimo la voce a margine risulta senza tentennamenti essere un derivato del francese canaille= furfante. furfante s. m e f. persona disonesta; farabutto, malfattore. Quanto all’etimo la voce a margine risulta essere il part.pres. di un *furfare/forfare= agire fuori dalla legge, verbi tratti dal lat. med. foras-facere/foris-facere = agire al di fuori del lecito e/o consentito. Giunti a questo punto, prima di proseguire soffermiamoci su alcuni termini fin qui incontrati: individuo s. m. 1 organismo vivente considerato distintamente da ogni altro della specie o del genere a cui appartiene; 2 la persona considerata nella sua singolarità: l'interesse dell'individuo non deve esser posto al di sopra di quello della comunità 3 persona che non si conosce o di cui non si vuol dire il nome (spec. spreg.): c'è un individuo che ti cerca; un individuo sospetto, pericoloso; un losco individuo come agg. (lett.) 1 indiviso o indivisibile 2 individuale, particolare. Quanto all’etimo è voce derivata dal lat. individuu(m), comp. di in- e dividuus 'separato, separabile'; scaltro agg. 1 che agisce, parla e si comporta con accortezza, con avvedutezza; per estens., astuto, furbo 2 che è espressione di scaltrezza: comportamento scaltro. Quanto all’etimo è voce deverbale derivata dal verbo scaltrire= diventare avveduto, attento o piú guardingo; acquistare abilità, perizia, sicurezza, spec. nella propria attività o professione; il verbo scaltrire/rsi è derivato dal b. lat. s +calterire per cauterire= 'bruciare', deriv. di cauterium 'cauterio', perché il restare scottato induce a una condotta piú guardinga; malvagioagg. [pl. f. -ge] 1 cattivo, perfido, malefico: un uomo, un carattere malvagio; azioni, parole malvage 2 (fam.) pessimo: un tempo malvagio; quel film non è malvagio, è abbastanza bello 3 (lett.) pesante, difficile 4 (ant.) falso; come s. m. [f. -a] persona perfida, crudele | il Malvagio, per antonomasia, il diavolo. Quanto all’etimo è voce derivata dal provenz. malvatz, che è dal lat. volg. *malifatiu(m) 'che à cattiva sorte', comp. di malum 'cattivo' e fatum 'destino'; truffatore s. m. chi imbroglia con una truffa; chi sottrarre qualcosa con truffa; chi per abitudine agisce truffaldinamente cioè commettendo il reato di ricavare illecito profitto a danno di altri avendoli indotti in errore con artifici e raggiri. Quanto all’etimo è voce derivata dal verbo truffare a sua volta denominale di truffa che è dal provenz. ant. trufa,tratto per metatesi dal lat. tardo tufera, propr. 'tartufo', poi 'inganno'; astuto agg. 1 dotato di astuzia: essere piú astuto di una volpe; che astuto! 2 che denota astuzia; detto, fatto con astuzia: risposta astuta. Quanto all’etimo è voce derivata dal lat. astutu(m); ribaldo s. m. 1 nel medioevo, soldato di bassa condizione o servo che seguiva gli eserciti, dedicandosi soprattutto a saccheggi 2 (estens.) chi vive di attività disoneste, di truffe, rapine ecc.; briccone, furfante, mascalzone. Quanto all’etimo è voce derivata dal fr. ant. ribaud, provenz. ribaut, deriv. del medio alto ted. hriba 'prostituta'; perfido agg. 1 che non tiene fede alla parola data, sleale 2 che agisce con intenzioni malvagie; che è incline a provocare, traendone soddisfazione, il male e il danno di altre persone: quell'uomo è di animo perfido; un perfido traditore | che denota subdola malvagità: un'azione perfida 3 (iperb. , scherz.) cattivo, pessimo (detto di cibo, bevanda, tempo atmosferico e sim.); numerosi i sinonimi dell’agg. a margine; tra i piú usati rammento: falso, traditore, infido sleale, insincero, malfido, malvagio, crudele, efferato, (iperb.) pessimo, terribile. Rammento che talvolta viene usato impropriamente come sinonimo di perfido, infido, malfido etc. anche l’agg.vo malfidato che invece è colui che è solito diffidare, colui che è sempre sospettoso Quanto all’etimo è voce derivata dal lat. perfidu(m), comp. di pe°r 'al di là, oltre' e fi¯dus 'fedele, leale'; propr. 'che viene meno alla fede data'; maleficoagg. [pl. m. -ci] 1 che reca danno: clima malefico; una persona malefica 2 di maleficio; che è frutto di maleficio: arti malefiche; influsso malefico come sostantivo m. (ant.) stregone. Quanto all’etimo è voce derivata dal lat. maleficu(m), comp. di male 'male' ed un tema di facere; farabutto s. m. [f. -a] persona senza scrupoli, capace di qualsiasi slealtà; mascalzone. Quanto all’etimo è parola pervenuta nella lingua nazionale ricavata dal napoletano frabbutto derivato dal ted. freibeuter 'predone' a sua volta ricavato dall'ol. vrijbuiter, comp. di vrij 'libero' e buit 'bottino' = saccheggiatore, filibustiere mascalzone s. m. [f. -a] persona capace di azioni spregevoli o disoneste (anche scherz.): comportarsi da mascalzone; non fare il mascalzone! Persona d'animo volgare, priva di scrupoli o di scarso senso morale. Riferito ai bambini è molto usato il vezz. mascalzoncello. Quanto all’etimo per alcuni la voce è alterazione di maniscalco "garzone di stalla", per incrocio con scalzo,ma a mio avviso meglio chi vi legge un’addizione dello spagn. mas (dal lat. magis= piú) e di scalzone accrescitivo di scalzo cioè piú che scalzo= persona male in arnese,vile per modo di vestire ed incedere, cialtrone; Marmaglia o maramaglia, s. f. 1 insieme di gente spregevole; 2 (scherz.) gruppo chiassoso di bambini o ragazzi. Quanto all’etimo la voce risulta derivata dal fr. marmaille, deriv. di marmot 'bambino, marmocchio'. Esaurite cosí le voci dell’italiano, passiamo a quelle del napoletano dove troviamo: - bazzariota s.m. voce antica e desueta che in origine indicò un rivenditore girovago, un treccone cioè un venditore al minuto di generi alimentari (spec. verdure,legumi, uova, pollame ecc.); rivendugliolo cioè chi rivende al minuto, per lo piú cibo o merci di poco conto, in baracche o con carrettini, | (spreg.) venditore disonesto; poi per ampliamento semantico indicò il perdigiorno, il briccone, il giovinastro sfaccendato (detto alibi icasticamente stracquachiazze e cioè propriamente il bighellone aduso ad un cosí lungo, continuo, ma inconferente girovagare tale da addirittura consumare, stancar le piazze; di per sé il verbo stracquà che forma la voce stracquachiazze unito con il sostantivo chiazze plurale di chiazza (=piazza dal latino platea) indicherebbe lo spiovere, il venir meno della pioggia, ma nel caso di stracquachiazze estensivamente sta per il venir meno… delle forze o della consistenza strutturale delle ipotetiche piazze calpestate, senza tregua dal perdigiorno o dal bazzariota di turno; quanto all’etimo bazzariota deriva dall’arabo bazàr=mercato attraverso un greco mod. bazariotes o pazariotes= mercante, negoziante; frabbutto ed al f.le frabbotta di questo sostantivo con cui si indica la persona capace di azioni spregevoli o disoneste, il cattivo soggetto malvagio, senza scrupoli proclive ad ogni nefandezza, ò già detto antea sotto la voce dell’italiano farabutto, voce che fu marcata su questa napoletana a margine; quanto all’etimo frabbutto come ò già detto deriva ted. freibeuter 'predone' a sua volta ricavato dall'ol. vrijbuiter, comp. di vrij 'libero' e buit 'bottino' = saccheggiatore, filibustiere; piezzo ‘e catapiezzo letteralmente pezzo di granpezzo; locuzione usata nel parlato popolare e per altro assente negli scritti,con le eccezioni di Basile e Sarnelli, e quelle di antichi dizionarii: D’Ambra,Andreoli etc. ) come un sostantivo maschile nel significato di ribaldo, briccone, birbonaccio; la voce piezzo= pezzo (adattamento al maschile del lat. volg. *pettia(m), di origine celtica di per sé non à valenze negative anzi riferito a persona lo si usa per sottolinearne la robustezza fisica, l'avvenenza: ‘nu piezzo d'ommo; che bellu piezzo ‘e guagliona |’nu piezzo grosso, (fig.) persona importante, influente; il significato negativo viene assunto se piezzo è usato in espressioni di insulto quali vi’ che piezzo ‘e ciuccio!, piezzo ‘e bbaccalà! o ancóra nell’espressione qui a margine piezzo ‘e catapiezzo espressione dove catapiezzo è usato quale iterativo, peggiorativo della voce piezzo attraverso il prefisso rafforzativo katà; rammento a questo punto una particolarità e cioè che vòlta al femminile l’espressione a margine non suona (come invece ci si attenderebbe) pezza ‘e catapezza, (dove catapezza verrebbe ad essere l’iterativo, peggiorativo della voce pezza), ma suona piezzo ‘e catapuzza espressione nella quale il masch. piezzo è usato con una licenza grammaticale, in funzione femminile e l’attesa voce catapezza viene trasformata in catapuzza con un evidente bisticcio tra due diversi termini: catapezza e catapuzza dei quali catapuzza con palese derivazione da lat. tardo cataputia che è da un gr. *katapytía, da pytía 'coagulo') indica un’ erba delle Euforbiacee con proprietà emetiche e purganti; a conclusione di tutto ciò, ricordo che comunque piezzo ‘e catapiezzo e piezzo ‘e catapuzza non vengono usati in senso palesemente dispregiativo o offensivo, ma sempre in funzione scherzosa ed eufemistica. Scauzone a.e s.m. persona priva di calze e scarpe, male in arnese,vile per modo di vestire ed incedere, cialtrone e per estensione persona capace di azioni spregevoli o disoneste, cattivo soggetto malvagio, senza scrupoli proclive ad ogni nefandezza; la voce risulta essere un accrescitivo (cfr. il suff. one) in funzione dispregiativa di scauzo =scalzo che è contrazione di scalz(at)o; scauzo è dal lat. excalcèatu(m) p. p. del lat. excalceare, comp. di ex- 'via da' e calceare 'mettere le calzature', deriv. di calceus 'scarpa'; normale nel napoletano il passaggio del lat al ad au (cfr. altus→auto→avuto→aveto= alto alter→auto→ato= altro). sfaccimmo s. m. dalla doppia valenza; in senso negativo: farabutto, mascalzone; in senso positivo: furbo, intraprendente, determinato (specie di una persona giovane.). È parola formata dal sost.: faccia con l’avvio di una s detrattiva ed il suffisso dispregiativo immo nell’ovvia idea di significar: persona priva di faccia (senza vergogna). Attenzione!In napoletano esiste anche la voce sfaccimma che però non è il femminile della parola precedente ed à ben altro significato ed etimologia,indicando il prodotto dell’eiaculazione maschile; anche etimologicamente la voce sfaccimma à derivazione del tutto diversa dal pregresso sfaccimmo; sfaccimma infatti prende l’avvio da una voce di tipo onomatopeico sfacc che indica la violenza dell’emissione, addizionato del solito suffisso imma qui però con funzione intensiva, non dispregiativa. Rammenterò per amor di completezza che quando si volesse usare il termine precedente: sfaccimmo riferito ad una donna, non si userà sfaccimma che come visto indica un’altra cosa, ma una sorta di diminutivo, vezzeggiativo: sfaccemmusella che indica alternativamente o la mascalzoncella o la furbetta intraprendente. spogliampise a e s.m.e f. letteralmente colui/colei che spoglia, depreda gli impiccati e estensivamente persona capace di azioni ripropevoli se non disoneste, persona malvagia, priva di scrupoli, crudele, feroce, spietata, scellerata, empia, perversa, sadica, maligna proclive ad essere efferata, disumana, brutale; quanto all’etimo è voce formata dall’agglutinazione della voce verbale spoglia (3° p.sg. ind. pres. dell’infinito spuglià = spogliare (dal lat. spōliare, deriv. di spoli°um con normale chiusura della lunga tonica ō in u) addizionata del sostantivo ‘mpise plurale di ‘mpiso= impiccato; ‘mpiso è il p.p. di ‘mpennere= impiccare, sospendere (dal lat. in + pendere). E qui penso di poter far punto, convinto, se non di avere esaurito l’argomento, di averne détto a sufficienza contentando l’amico C.R. e chi altro dovesse leggermi. raffaele bracale
RAFFAELE BRACALE - NAPOLI REAME 2 SICILIE (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it | |
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