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  Re: ricerca
Caro Pagliuchella,
avete perfettamente ragione per quanto riguarda l'espressione "mangiare a spesa ventotto" in quanto ho omesso, in verità, il luogo ove viene usata. Sono di Orta Nova (Fg) ed aggiungo per maggior chiarimento che in alcune parti del foggiano altri usano dire "a casa ventotto".
Spero di aver una risposta, saluto tutti gli amici di dialettando ed in particolare il Sig. Pagliuchella.
Potito Di Pietro


Potito Di Pietro (visiting from Italy) - potitodipietro@tele2.it

16/03/2009 12:24:59 - Ip: 93.149.223.234

  Re: ricerca
Caro sig. Di Pietro, purtroppo mi interesso solo marginalmente delle parlate pugliesi, per cui non penso di potervi essere utile; vi consiglio di rivolgervi direttamente all'amico prof. Armando Potito pugliese doc. e frequentatore di questo sito.
Tenetemi informato. Grazie.R. Bracale


PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it

21/03/2009 10:41:49 - Ip: 85.18.136.92

  Re: ricerca
Eerrata corrige ARMANDO POLITO
armando.polito@libero.it


PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it

21/03/2009 10:45:57 - Ip: 85.18.136.92

curiosità Rispondi
Qualcuno saprebbe dirmi di che regione è tipica l'espressione "pestarla grossa",usata in luogo di "spararla grossa"?Grazie!

Claudia (visiting from Italy) - erbacl@tiscali.it
02/03/2009 23:09:42 - Ip: 78.13.192.39



un bel decollo Rispondi
Certo che la regione Liguria ha fatto un bel volo catapultandosi coi suoi proverbi al di là delle due grandi regioni duellanti: la Lombardia e la Campania.
Chi sia l'ignoto (o gli ignoti) iautore di simile exploit no si sa. Hanno dato filo da torcere alla commissione giudicatrice.
Una nota di biasimo però: sarebbe meglio però che i commenti a proverbi inviati fossero un po' più sostanziosi.

Complimenti!!

Beniamino (visiting from Italy)
24/02/2009 18:43:48 - Ip: 79.16.85.240

  Re: un bel decollo
Che diranno i lettori campani abituati a leggere proverbi della loro regione ben commentati?

Me racomandi!


Beniamino (visiting from Italy)

24/02/2009 20:32:58 - Ip: 79.16.85.240

  Re: un bel decollo
Non perché sono un vessillifero della regione Campania, ma ò l'impressione che molti dei proverbi riportati come originali liguri, siano in realtà proverbi della cultura popolare nazionale redatti nel dialetto ligure e contrabbandati come originali... Non è una cosa corretta!Per il futuro chisi è divertito e forse ancòra si diverte a fare questa operazione, desista per favore. Qui non si fa la corsa a chi ne scrive di più! Vale! Raffaele Bracale(Pagliuchella).


PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it

28/02/2009 11:07:31 - Ip: 85.18.136.92

  Re: un bel decollo
"Ogni oxello o conosce o so nio"
ma
"Tutti i oxelli no conoscian a scaggièua"
ne consegue che
"Chi ha bocca amaa no peu spuà doce":
a conclusione
"Chi l'intende, chi no l'intende, chi no a veu intende"

Cordialità

(tutti proverbi liguri "parlati" oltre 250 anni or sono)


dr. Mario Panero (visiting from Italy) - mario110130@hotmail.it

02/03/2009 11:26:04 - Ip: 213.140.19.118

INQIETARE, IMPORTUNARE, INFASTIDIRE & dintorni Rispondi
INQIETARE, IMPORTUNARE, INFASTIDIRE & dintorni
Questa volta prendo spunto da una richiesta fattami da un caro amico, facente parte della Ass.ne Ex Alunni del Liceo classico G.Garibaldi di Napoli, per parlare delle voci italiane in epigrafe ed illustrare a seguire quelle che le rendono in napoletano. Entriamo súbito in medias res e troviamo:
inquietare v. tr.
1 rendere inquieto; turbare, preoccupare: pensieri che inquietano l'animo
2 (ant.) vessare, perseguitare, irritare, spazientire inquietarsi v. intr. pron.
1 (non comune) mettersi in ansia per qualcosa; preoccuparsi
2 irritarsi, spazientirsi: si inquieta con tutti per un nonnulla.
Quanto all’etimo è un verbo derivato dal lat. inquietare, deriv. di inquietus 'inquieto';
importunare v. tr.
dar fastidio, disturbare, recare molestia:
specialmente con richieste ripetute: importunare una donna, infastidirla con un eccesso di galanteria o con apprezzamenti sconvenienti | in formule di cortesia: scusi se la importuno; non vorrei importunarla.
Quanto all’etimo è un verbo derivato dall’aggettivo importuno che è dal lat. importunu(m), comp. di in- 'non' e (op)portunus 'opportuno';
infastidire v. tr.
dar fastidio, disturbare, recare molestia:
1 recare noia a qualcuno: infastidire gli altri con le proprie lamentele
2 (ant.) provare ripugnanza per qualcosa; avere a noia ||| infastidirsi v. intr. pron. seccarsi, perdere la pazienza: s'infastidisce per cose da nulla. Etimologicamente è verbo derivato dal sostantivo fastidio con il prefisso di un in illativo; fastidio è dal lat. fastidiu(m) 'ripugnanza, disdegno', probibile contaminazione di fastus 'orgoglio' e taedium 'noia, disgusto'.
I limitati verbi dell’italiano or ora illustrati trovano nel napoletano numerosissimi e forse piú precisi alleati che sono:
abbafà v. intr. che in primis vale: inaridire, alidire, insecchire, riardere per effetto dell’eccessivo calore; per traslato vale: tediare, seccare, importunare che è del comportamento tipico delle persone fastidiose che si appiccicano addosso tal quale un’aria greve e calda; quanto all’etimo si tratta d’un denominale del sostantivo d’àmbito laziale e romano bafa collaterale di afa = calore eccessivo, alidore fastidioso;
fruscià v. intr. e trans. che in primis vale fluire, scorrere copiosamente; per traslato vale: molestare, contristare, importunare (che è del comportamento tipico delle persone fastidiose) ed ancóra dissipare, sciupare; nella forma riflessiva frusciarse vale: affannarsi, affaccendarsi, pavoneggiarsi, darsi importanza (che è del comportamento tipico delle persone che affaccendate a fare alcunché, non ànno voglia e tempo di accorgersi degli altri ritenuti inferiori;) quanto all’etimo si tratta d’un derivato del lat. frustiare;
‘ncuità v. trans. in primis vale: Inquietare, dar fastidio a ql.cn, e poi anche: beffeggiare, fare, giocare una beffa a qualcuno, canzonare, deridere; la forma riflessiva ‘ncuitarse vale adirarsi, irritarsi; quanto all’etimo si tratta d’un verbo denominale formato partendo da un in→’n distrattivo + il lat. quietus=quieto, tranquillo e cioè incuitare/’ncuità sta per toglier la quiete, la tranquillità;
‘nfanfarí v. trans. che in primis vale: Inquietare, dar fastidio a ql.cn, e poi anche: frastornare,stordire, intontire; quanto all’etimo si tratta d’un verbo denominale formato partendo da un in→’n illativo + il s.vo fanfaro/’nfanfaro = fanfarone, smargiasso, millantatore etc. che è a sua volta dallo spagnolo fanfarrón con tipica riduzione della erre come càpita ad es. nell’italiano caricare che è dal lat. *carricare (da carrus): il napoletano carrecà conserva invece la doppia di *carricare;
‘nfardà v. trans. che in primis vale:Insozzare,sporcare e poi anche ripiegare e cioè dare luogo all’operazione detta infaldatura, operazione finale nella produzione dei tessuti, consistente nel piegare in falde sovrapposte la pezza del tessuto; quest’ultima accezione che compendia un’azione lunga, noiosa e fastidiosa, spiega semanticamente il passaggio del verbo a margine al significato di infastidire, dar fastidio; il verbo ‘nfardà deve il suo significato primo di insozzare, sporcare al fatto che etimologicamente è verbo ricavato da un in (illativo) + il s.vo farda che in napoletano con etimo dall’ ant. francone fard vale escremento, sterco; il passaggio ad infaldatura è dovuto invece alla confusione popolare del s.vo farda ←fard con farda (falda) che è dal gotico falda= piega
‘nfettà v. trans. che in primis vale:Infettare, contaminare; e poi annoiare, infastidire; etimologicamente è verbo dal lat. infectare 'avvelenare, turbare', deriv. di infectus; il passaggio semantico tra primo e successivi significati si spiega intuitivamente: ogni contaminazione, ogni infezione procura noia e fastidio…;
scuccià v. trans. e riflessivo che vale: dar noia, fastidio ed esattamente rompere la testa; scocciarsi v. intr. pron. seccarsi, annoiarsi; etimologicamente è verbo da un ex + coccia (cranio, testa) derivato da un lat. reg. cocia→coccia per cochlea= guscio della conchiglia concavo come il capo;
sfastedià v. trans. e riflessivo che vale: infastidire, disturbare, importunare sfastediarse v. intr. pron. annoiarsi; etimologicamente è un denominale del lat. fastidiu(m)= noia, tedio addizionato in posizione protetica di una s intensiva;
sfruculià verbo trans. infastidire, stuzzicare, punzecchiare tediosamente. Si tratta di un verbo della parlata napoletana, pervenuto poi nell’italiano,stranamente senza alcun adattamento (di solito i napoletanismi (cfr. ad es. scustumato→scostumato)mutano le chiuse u nelle piú aperte o ) nel significato di tediare, infastidire, punzecchiare, stuzzicare e simili. Illustro qui di seguito la piú famosa locuzione partenopea costruita con il verbo a margine:
Sfruculià 'a mazzarella 'e san Giuseppe
Ad litteram: sbreccare il bastoncino di san Giuseppe id est: annoiare, infastidire, tediare qualcuno molestandolo con continuità asfissiante, quasi sbreccandone dei pezzetti.
La locuzione si riferisce ad un'espressione che la leggenda vuole affiorasse, a mo' di avvertimento, sulle labbra di un attento e severo servitore veneto posto a guardia di un bastone ligneo ceduto, durante un suo soggiorno veneziano da alcuni lestofanti al credulone tenore Nicola Grimaldi ( 1700 ca), come appartenuto al santo padre putativo di Gesù. Il settecentesco celeberrimo tenore il 1° agosto del 1713 rientrò a Napoli da Venezia - dove aveva trionfato a “La Fenice” - convinto di recare con sé l’autentico bastone (la mazzarella) al quale San Giuseppe si era sostenuto nell’accompagnare la Madonna alla Grotta di Betlemme e che (stando almeno a quanto fa intendere Annibale Ruccello) si favoleggiava fosse efficace strumento per scacciare il Maligno dal corpo degli indemoniati. Espose dunque il bastone in una nicchia ricavata nel salotto del suo palazzo (palazzo Cuomo) alla Riviera di Chiaia, il bastone e vi pose a guardia un suo servitore veneto con il compito di rammentare ai visitatori di non sottrarre, a mo' di sacre reliquie, minuti pezzetti (frecule) della verga, insomma di non sfregolarla o sfruculià. Come si intende il verbo a margine è dunque un denominale che partendo dal s.vo latino frecula (pezzettino) addizionata in posizione protetica di una esse (distrattiva) è approdato a sfruculià/sfreculià passando attraverso una s (intensiva)+ il lat. volg. *friculiare=sfregare dolcemente, ma insistentemente fino a sbreccare in tutto o in parte l’oggetto dello sfregamento; chiaro ed intuitivo il traslato semantico da sfregare/sbreccare e l’infastidire;
stunà v. trans. e riflessivo che vale in primis:stordire con logorrea e/o eccessivo volume di voce, poi turbare, sconcertare ed infine rintronare,tramortire colpendo alla testa con un colpo;va da sé che lo stordire o il turbare comportino l’annoiare, il seccare, l’infastidire; stunarse v. intr. pron. seccarsi, annoiarsi;con altra valenza piú restrittiva il verbo stunà vale stonare, fare stecche (nella musica o nel canto).Etimologicamente il verbo a margine è un derivato del fr. étonner 'stupire', dal lat. volg. *extona¯re; mentre per la valenza relativa al canto si può accettare una derivazione dal s.vo tono con la protesi di una esse distrattiva: perdere il tono;
stuzzecà v.tr.
1 toccare, frugare qua e là, spec. con un oggetto sottile e appuntito; toccare insistentemente, provocando irritazione, dolore;
2 (fig.) eccitare, stimolare;
3(fig.ed è il caso che ci occupa) molestare, irritare, punzecchiare;
3 (fig.) eccitare, stimolare; Per nulla tranquilla la questione etimologica del verbo a margine: per alcuni sbrigativamente si tratta di una voce onomatopeica, ma nessuno si perita di chiarire donde deriverebbe tale gratuita,supposta onomatopea, per cui mi pare che questa che parla d’onomatopea, sia idea da scartare; come pure mi pare da scartare l’idea che chiama in causa un non attestato lat. *tudiare (da tudes= martello) con una sovrapposizione di un longobardo stuzzian (=?): troppo arzigogolata e poco dimostrabile!...Come arzigogolata o troppo fantasiosa e poco dimostrabile o significativa è una ipotizzata derivazione dall’ a.a. tedesco stôzen(=?); ugualmente è – a mio avviso – da dirsi troppo arzigogolata e poco dimostrabile, oltre che molto fantasiosa quella che propose il Caix che pensò a non attestati *stoccicare/*stozzicare che ipotizzò derivati da stocco=arma bianca piú corta della spada, con lama piú stretta e a sezione triangolare, per ferire di punta. Tutto sommato, a mio avviso, se si vuole evitare di arrendersi ad un etimo sconosciuto lavandosene le mani, meglio mettersi sulle orme del D.E.I. e pensare a questo stuzzecà come ad un iterativo di tuzzà = urtare, sbattere contro etc.(derivato da un *tuccjare→tuzzà con cj→zz come alibi per allazzà – curazza etc.) iterativo rafforzato da una esse durativa in posizione protetica: da tuzzà→tuzzecà e poi stuzzecà nel significato di urtare ripetutamente e dunque molestare, irritare, punzecchiare;
zucà v. trans. in primis vale: succhiare, suggere, poppare per traslato sta per seccare, infastidire, tediare; quanto all’etimo di questo verbo (per il quale è facilmente intuibile il collegamento semantico tra i primi significati e quelli traslati,) tutti concordemente parlano di una derivazione da un *sucare (denominale di sucus che diede anche un suculare donde succhiare).
E penso di poter mettere un punto fermo: satis est.
Raffaele Bracale


PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it
15/02/2009 12:10:55 - Ip: 85.18.136.92



CAZZIMMA – CAZZINCULARÍA Rispondi
CAZZIMMA – CAZZINCULARÍA
Talora gli amici che leggono qui e lí le cosette che scrivo, si divertono a farmi richieste che oserei dire strane, se non fossero palesemente provocatorie. È il caso della richiesta pervenutami questa mattina via e-mail dall’amico C. R. (al solito motivi di privatezza mi impongono di indicare solo le iniziali di nome e cognome) il quale mi à chiesto di parlare delle due parole in epigrafe.
Premetto súbito che le due voci sono essenzialmente del parlato e pertanto di difficilissimo reperimento nei calepini del napoletano,con una qualche eccezione riferibile a pochi linguisti che, sia pure con comprensibili limitazioni, pescano le voci non soltanto negli autori d’antan, ma pure nel parlato (in effetti, nella fattispecie solo nei vocabolarii degli amici C. Iandolo e Renato de Falco ò potuto reperire la voce cazzimma, ma in nessuno ò trovato cazzincularía che pure è voce usatissima nel gergo giovanile popolare…). Mi è stato chiesto però di illustrare le due voci e non mi tiro indietro! Farò da solo senza il supporto degli amici… Cominciamo:
Cazzimma: s.vo f.le astratto intraducibile; con la voce a margine usata nell’espressione “tené ‘a cazzimma” si indica l’asprezza comportamentale, la proditoria gratuita cattiveria, la malevola furbizia quasi levantina (che non è indice di intelligenza,come taluno vorrebbe far credere, ma di innata cattiveria…) sempre prevaricante di colui o coloro che vessa/no i meno dotati fisicamente e/o moralmente al fine di sopravanzarli e godere dei frutti conquistati marmaldeggiando.
Etimologicamente si tratta di una parola costruita addizionando il termine cazzo (che – come noto - è da un gergo marinaresco greco: (a)kation=albero della nave ( qui semanticamente inteso quale…strumento di proditoria offesa)) con il suff. collettivo/ dispregiativo.. imma che continua con raddoppiamento espressivo della labiale il latino imen. Ribadisco qui che l’azione prevaricante e l’asprezza comportamentale indicate dalla voce cazzimma sono atteggiamenti indici di cattiveria innata e/o gratuita non determinata da cause o motivi scatenanti, da far risalire esclusivamente al bagaglio caratteriale dell’individuo cazzemmuso (cioè aduso alla cazzimma). Ben diversa è la voce cazzincularía s.vo f.le astratto intraducibile, che pur rappresentando il medesimo atteggiamento comportante un’azione prevaricante condita di asprezze comportamentali,proditorie offese, furbizie malevoli, scaltrezze astiose, à una ben determinata origine che non è da far risalire esclusivamente al bagaglio caratteriale dell’individuo che agisce con cazzincularía, ma bisogna andare a ricercare in un qualche torto súbito da tale individuo, torto del quale egli pare voglia rivalersi in una sorta di rappresaglia verso tutto il mondo. E quale è il torto subíto che lo spinge alla vendetta? Si tratta di una vera o, piú spesso, ipotizzata, figurata sodomizzazione di cui l’individuo che agisce con cazzincularía sia rimasto vittima; in effetti la parola etimologicamente riproduce, attraverso l’addizione delle parole cazzo + in + culo + il suffisso tonico (r) ía dei nomi astratti, il tipo di torto subíto dall’individuo che agendo con cazzincularía cerca ora di ripagarsi di ciò che realmente o figuratamente abbia dovuto sopportare.
In coda rammento che la voce cazzincularía è spesso attestata, sempre nel parlato, come cazzancularía con un’evidente assimilazione progressiva vocalica di tipo popolare per la quale la i di cazzi si assimila alla a dando cazza cosí come accade nell’italiano dove càpita che talora l’assimilazione vocalica sia regressiva cfr. ad es. tenaglie ma attanagliare.
E mi pare che, una volta fatte le mie rimostranze verso i vocabolaristi che evitano di trattare talune sanguigne voci come queste in epigrafe…, possa bastare e l’amico C. R. e qualche altro che dovesse leggere queste paginette, possano dirsi soddisfatti.
Raffaele Bracale 11/02/09


PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it
11/02/2009 19:48:18 - Ip: 85.18.136.92

OSTERIA, BETTOLA, TRATTORIA & DINTORNI Rispondi
OSTERIA, BETTOLA, TRATTORIA & DINTORNI
Questa volta su suggerimento/richiesta dell’amico E. V. amico di cui, al solito, (per questione di privatezza) mi limito ad indicare le iniziali di nome e cognome, prendo in esame le voci italiane in epigrafe altre omologhe, e le corrispondenti del napoletano con una parte di quelle collegate. Cominciamo con
Osteria s.vo f.le 1 locale pubblico dove si servono vino e altre bevande e, spesso, anche pasti alla buona;
2 (ant.) locanda, albergo; è un locale gestito da un oste o una ostessa ed etimologicamente la voce a margine deriva appunto dal fr. ant. oste (mod. hôte), che continua il lat. (h)os(pi)te(m) 'chi dà o riceve ospitalità'; a margine della voce osteria mi piace ricordare l’espressione Fare i cónti senza l’oste
Al suo proposito mi son sempre chiesto perché mai nell'immaginario comune si mettano in relazione ipotetici cónti con un ancóra piú ipotetico oste (titolare cioè di una mescita di vini o di un’osteria/trattoria); la mia idea è che in realtà l'oste richiamato non sia esattamente un padrone di taverna, ma con ogni probabilità la parola oste richiamata nell’espressione altro non sia che la corruzione e volgarizzazione non di hospitem, ma del latino hostis (nemico) per cui l'espressione risulterebbe piú acconciamente recitare: fare i conti senza il nemico! e significherebbe che quale che siano i cónti o quale che sia un ipotetico nemico da esso non si possa o debba prescindere e bisognerebbe tenerlo in piú alta considerazione nella valutazione delle possibilità di riuscita di un accadimento cui ci si dedicasse, risultando sciocco ed erroneo prescindere dall'attiva presenza d'un probabile nemico.
Reputo che lètta cosí l'espressione sia o possa essere un po' piú valida di quella che fa riferimento ad un ipotetico taverniere. Proseguiamo e passiamo ad altre voci:


trattoria s.vo f. locale pubblico, di scarsa eleganza, dove si consumano pasti a pagamento: mangiare in trattoria; una trattoria rustica: è un locale gestito da un trattore (dal fr. traiteur, deriv. di traiter 'trattare') donde etimologicamente la voce a margine;
béttola, s.vo f. osteria di infimo ordine; taverna: linguaggio, discorsi da béttola, volgari. etimologicamente la voce a margine vien collegata (D.E.I.) al participio passato bibitus del verbo bibere oppure ad una forma piú elaborata del s.vo bàita=capanna, piccola costruzione di sassi o di legno, usata come ricovero in alta montagna.(quanto all’etimo questa bàita è forse voce connessa con l'ant. alto ted. Wahta 'guardia'); ora per quanto si possa arzigogolare,e metterci buona volontà non mi riesce in alcun modo di cogliere il nesso semantico tra una capanna, piccola costruzione di sassi o di legno, usata come ricovero in alta montagna ed un locale, sia pure di infimo ordine, destinato alla mescita di vini o alla consumazione di pasti alla buona; no, no; etimologicamente mi appare decisamente migliore la strada che parte da bibitus→bibtus→bittus + ola (suff. diminutivo)e perviene a bittola→ bettola;

locanda. s.vo f. ; taverna ed albergo economico, di modesto livello; trattoria con alloggio. Quanto all’etimo si tratta di voce derivata dalla locuzione latina(sunt) locanda (ci)(sono) (stanze) da affittare' (gerundivo f. di locare 'affittare'), scritta un tempo sui muri delle case da affittare; il neutro plurale locanda fu poi inteso femminile sg.
Esaminate le voci dell’italiano, passiamo a quelle del napoletano, cominciando con una voce passata anche nel lessico della lingua ufficiale:
Taverna s. f.
1 (ant.) bottega,
2 osteria, béttola di infimo ordine,
3 trattoria popolare. Quanto all’etimo si tratta di voce derivata dal lat. taberna(m) 'osteria, magazzino';
A proposito della voce a margine rammento i seguenti versi di un’ iscrizione posta sulla porta della taverna del Cerriglio(sec.XVII-XVIII):
: Magnammo, amice mieje, e ppo vevimmo
nfino ca nce sta ll'uoglio a la lucerna:
Chi sa’ si all'auto munno nce vedimmo!
Chi sa’ si all'auto munno nc'è taverna!
(Mangiamo, amici miei e beviamo
finchè c’è olio nella lampada (id est: finchè siamo in vita)
chissà se all’altro mondo ci vedremo, chissà se all’altro mondo esisterà una bettola (dove sbevazzare…).
La taverna del Cerriglio fu la piú famosa osteria, béttola di infimo ordine napoletana ubicata in zona porto nei secc. XVII – XVIII e s’ebbe il nome di Cerriglio perché nella zona dove si trovava la suddetta taverna esisteva un folto gruppo di querce (in napoletano la quercia è détta: cerriglio dal lat. cerrum→cerriliu(m)→cerriglio ) e con tale spiegazione (cfr. I.Doria) ci si libera per sempre anche delle fantasiose postulazioni del Basile (cerriglio= apportatrice di gioia (???n.d.r.)), del Celano (cerriglio= soprannome(???n.d.r.) dell’oste gestore della taverna , del D’Ambra (cerriglio= ciuffo dei bravi(???n.d.r.) idea derivata dalla pretesa che détta taverna fosse frequentata da gente di malaffare e non da onesti lavoratori portuali ), e del Croce che si inventò gratuitamente un corrillerus→cerriglio = furfanti che frequentavano la taverna.

Cantina s. f.
1 stanza o insieme di stanze, di solito interrate o seminterrate, dove si produce o si conserva il vino; per estens., locale nello scantinato di un edificio | cantina sociale, cooperativa che cura la vinificazione delle uve di diversi produttori (soci) | scennere dint’ â cantina, nel gergo teatrale, calare di tono nel recitare o nel cantare.
2 (fig.) luogo umido e buio,
3 bottega o locale in cui si vende o si consuma vino al minuto e talvolta frugali pasti da cucina familiare. Quanto all’etimo si tratta di voce derivata dal lat. canthus=angolo appartato + il suff. ina da inus;
Lucanna s.vo f. locanda, albergo economico, di modesto livello; trattoria con alloggio, alloggio di fortuna; etimologicamente come per l’italiano dalla locuzione lat. (sunt) locanda '(ci)(sono) (stanze) da affittare' (gerundivo f. di lŏcare 'affittare'), scritta presente un tempo sui muri delle case da affittare; il neutro plurale locanda fu poi inteso femminile sg. ; normale, nel napoletano l’assimilazione progressiva nd→nn; è invece un’eccezione il passaggio della ŏ ad u.Una delle piú note espressioni usate a Napoli per indicare una trattoria con alloggio di modestissimo livello fu ‘a lucanna ‘e capo e ccora (la locanda di testa e coda) che non indicò una determinata ben precisa locanda, ma fu espressione usata per indicare ogni albergo economico, di modestissimo livello; una trattoria di scarsissimo tenore con alloggio di fortuna tanto rabberciato che i clienti erano o fossero costretti iperbolicamente a dormire in due per ogni lettuccio (non matrimoniale) sistemandosi l’uno accanto all’altro, ma in posizione inversa con la testa dell’uno quasi a contatto con i piedi dell’altro;

strazzúllo/strazzulíllo s.vo m.
1 in primis lo strazzúllo è una cella carceraria per l’isolamento dei carcerati pericolosi e per ampliamento semantico anche un’abitazione piccola, malmessa,sporca e disordinata.
2 il diminutivo strazzulíllo è usato per indicare un generico piccolo e malmesso locale, generalmente periferico,posto su strade di campagna o fuori mano usato come bettola , o talvolta come albergo economico, di modestissimo livello; o come trattoria dove si servono frugali, ma spesso gustosi pasti da cucina economica/familiare; etimologicamente sia strazzúllo, che ovviamente il diminutivo strazzulíllo sono, per adattamento, continuazione del lat. statio nom., 'sosta, fermata', deriv. di stare 'stare'; nel caso di strazzúllo si è partiti da statio ampliato poi attraverso l’epentesi della r + il suff. diminutivo tonico úllo: statio→strazzo→strazzúllo; per giungere a strazzulillo alla voce strazzúllo si è aggiunto un secondo suff. diminutivo tonico íllo rendendo scempia la geminata ll di ullo.
Rammento ora alcune voci napoletane relative a quelle fin qui trattate; abbiamo:
- bancone accrescitivo di banco mobile spesso a forma di sedile, generalmente in legno, di varia foggia e con vari complementi a seconda degli usi a cui è destinato; ( etimologicamente dal tedesco bank) tali mobili, spessissimo alti e con ripiani marmorei sono usati nei negozî (osterie, cantine, taverne etc.) ,e/o altri negozî in ispecie di generi alimentari per servir le merci agli avventori, ed un tempo furono usati al medesimo scopo anche nei mercati rionali ed ivi erano collocati non in un negozio, ma sulla pubblica strada, offrendo di notte un comodo riparo a chi non avesse dove piú acconciamente alloggiare;
- taffiatorio di per sé lauta e sontuosa mangiata e bevuta, ma anche restrittivamente lunga ed eccessiva bevuta; la voce etimologicamente risulta essere un deverbale di taffià/are verbo che fu anche nell’antico italiano con probabile origine o da una non meglio attestata voce espressiva *taf, o molto piú probabilmente dal latino tabula attraverso il verbo tabulare→tablare→taflare→taffiare =mangiare o bere ingordamente ed abbondantemente; oltre la voce a margine il verbo taffià generò anche il sostantivo taffio= pasto;
- lampa di per sé fiamma, ma anche estensivamente lampada, lume ed altrove pure quantità di vino ingollata in un’unica bevuta; spesso è usata figuratamente per significare la vita ed il suo durare; etimologicamente dal nom. sing. del latino lamp(s)-lampa(dis);
- lucerna di per sé lucerna, lampada, ma anche estensivamente generico lume ed altrove (usato impropriamente al posto di lampa) pure quantità di vino ingollata in un’unica bevuta; spesso, come nel caso dell’iscrizione menzionata sta figuratamente per significare la vita ed il suo durare;
- cisto/scisto letteralmente petrolio, ma usato nell’ambito del béttole etc. per traslato furbesco vale vino; etimologicamente la voce cisto che alcuni, ma non so se piú acconciamente, usano scrivere scisto ipotizzando buona una derivazione etimologica dal latino schistu(m) che è dal greco skhistós del verbo skìzein = dividere, ma (se si eccettua un tenue legame con la voce toscana scisto di uguale etimo e che identifica una roccia metamorfica che contiene minerali lamellari o fibrosi disposti in piani paralleli e che perciò si sfalda, si divide facilmente e dalla quale, forse scaturisce il petrolio),francamente non riesco a cogliere il nesso semantico tra il petrolio ed il verbo dividere! per cui penso che sia piú percorribile, quanto all’etimo, la strada che unisce cisto, ( scritto perciò senza alcuna s d’avvio) , all’aggettivo croato cist = netto, pulito atteso che un tempo il petrolio fu usato ed ancora talvolta lo è, oltre che quale fonte d’illuminazione, anche come liquido smacchiante e/o detergente.
- carsèlla o talvolta, con assimilazione espressiva popolare cassella letteralmente lume a petrolio, ma usato nell’ambito del béttole, taverne etc. per traslato furbesco, messo in relazione a cisto vale stomaco ed estensivamente testa, persona; voce derivata dal nome di Bertrand-Guillaume Carcel - orologiaio francese (ca. 1750-1812), inventore di un tipico lume ad olio di colza poi a petrolio usata normalmente per illuminazione domestica tra la fine del 1700 e la prima metà del 1800.
Ordunque nelle béttole, taverne e/o cantine accanto a votte, varrile, carratielle e damigiane sistemati in terra lungo le pareti limitrofe dei locali, sui tavoli ad uso degli avventori si incontravano butteglie, bicchiere, fiasche, carrafe,chiacchiaresse e perette.
Esaminiamo le singoli voci:
- vótta s.vo f. (pl. /e)= botte s. f. recipiente di legno (di gran capacità: ca 200 litri) fatto di doghe arcuate e piú strette alle estremità, tenute unite da cerchi di ferro, chiuso con due fondi (tumpagne dal lat.tympanium marcato sul greco tympànion) per cui à forma simile a quella di un cilindro ma... panciuta; serve per la conservazione e il trasporto di liquidi (specialmente vino), o anche di pesci salati, olive e prodotti simili; l’etimo è dal tardo lat. butte(m);
- varrile s.vo m. = barile recipiente di legno (di media capacità: ca 45,5 litri) fatto di doghe arcuate e piú strette alle estremità, tenute unite da cerchi di ferro, chiuso con due piccoli fondi (tumpagnelle diminutivo di tumpagno che è dal lat.tympanium marcato sul greco tympànion) per cui à forma simile a quella di un cilindro leggermente panciuto; serve per la conservazione e il trasporto di liquidi (specialmente vino), o anche di pesci salati, olive e prodotti simili; l’etimo è un adattamento metaplasmatico dello spagnolo barral se non del fr. barrique;
carratiello s.vo m. = piccola botte piú lunga che larga, recipiente di legno (di media- bassa capacità: ca 35 litri) fatto di doghe arcuate e piú strette alle estremità, tenute unite da cerchi di ferro, chiuso con due piccoli fondi (tumpagnelle diminutivo di tumpagno che è dal lat.tympanium marcato sul greco tympànion) per cui à forma simile a quella del barile, ma meno lunga e leggermente piú panciuta; serve per la conservazione e il trasporto di vino (e spesso vino squisito o liquori) etimologicamente è voce diminutiva del b. lat carrata 'botte che si trasporta col carro';

damiggiana s. f. recipiente di vetro di contenuta capacità: (ca 25 litri) per contenere liquidi (spec. olio e vino), a forma di grosso fiasco, con collo corto e stretto e corpo molto largo rivestito di vimini, plastica o altro materiale. Etimologicamente si sospetta una derivazione dal fr. dame-jeanne, probabilmente da una voce provenzale interpretata come composta di dame 'signora' e Jeanne 'Giovanna'; ma a mio avviso questa riportata appare piú una paretimologia a carattere popolare che un’etimologia scientificamente attestata; è certamente migliore l’idea che fa risalire la voce all’arabo damagan = recipiente (quantunque ddi creta) in uso nella città persiana Damagan nel Tabaristan.
Esauriti i recipienti posti in terra passiamo a quelli posti sui tavoli ad uso degli avventori; abbiamo:
- butteglia = bottiglia : dal latino bu(t)ticula diminutivo di buttis= vaso, botte ma attraverso un francese bouteille, piú che da uno spagnolo botilla
bbicchiere : s. m.
1 piccolo recipiente di svariate forme e dimensioni usato per bere: bicchiere da acqua, da vino, a calice; bicchiere di vetro, di cristallo, di plastica, di carta, d'alluminio, di terracotta; levare il bicchiere, brindare; il bicchiere della staffa, quello che si prende prima di congedarsi (si beveva, una volta, nel salire a cavallo) | bere un bicchiere di troppo, ubriacarsi | come bere un bicchiere d'acqua, facilissimo | affogare in un bicchiere d'acqua, (fig.) arrestarsi al primo ostacolo, perdersi per un nonnulla | tempesta in un bicchiere d'acqua, (fig.) evento che è risultato molto meno grave del previsto | fondo di bicchiere, (fig.) diamante falso
2 (estens.) la quantità di liquido contenuta in un bicchiere: bere un bicchiere (di vino). etimologicamente da un latino: bicarium che è da un greco bíkos= piccolo vaso per bere;
fiasche plurale di fiasco s. m. [pl. -schi]
1 recipiente di vetro rivestito di paglia o di plastica, panciuto in basso e sottile al collo: il chianti si vende in fiaschi | (estens.) il liquido che esso contiene: bere un fiasco di vino.
2 (fig.) esito negativo, insuccesso: lo spettacolo, il romanzo è stato un fiasco; fare fiasco, non riuscire, fallire in qualcosa. che etimologicamente è da un basso latino: vasculum diminutivo di vas passando per vasc’lo→ vlasco→ flasco→ fiasco; l’accezione sub 2 della voce fiasco si fa risalire ad una disavventura occorsa verso la fine del 1600 ad un celebre attore bolognese, tale Domenico Biancolelli detto Dominique (Bologna, 1636 †Parigi, 1688) attore italiano che recitava come Arlecchino; Biancolelli esibendosi in quel di Firenze, una sera si cimentò in un monologo con versi improvvisati rivolgendosi ad un fiasco che teneva in mano.I versi però non piacquero ed il pubblico sommerse di fischi il povero Arlecchino. Partendo da tale grosso insuccesso, da quella volta si adottò nel linguaggio comune l'espressione " fare fiasco" che dapprima fu limitata ai soli spettacoli teatrali e poi allargata anche ad ogni altro tipo d'insuccesso.

chiacchiaressa s.vo f. recipiente di vetro di modesta capacità: (ca 10 litri) per contenere liquidi (specialmente vino),di forma sferica, ma a fondo piatto e provvisto di piccola impugnatura ad anello insistente sul corto collo, provvisto di larga bocca dalla quale il vino viene fuori quasi gorgogliando, producendo,cioè , quel tipico rumore (chià-chià) simile ad un borbottio donde se ne è ricavato il nome, quantunque aggiungendo allo chiacchiar onomatopeico uno strano, non chiarito né spiegabile suffisso dispregiativo femminile essa che continua al femminile il maschile asso corrispondente allo accio dell’italiano (cfr. Michel-asso del napoletano ed il corrispondente Michel-accio dell’italiano);

peretto ed il plurale’e perette: caraffe vitree senza manico di varia capacità (dai 2 litri al quarto di litro) in cui si versava e talvolta ancóra si versa il vino per servirlo in tavola : etimologicamente per alcuni da ricollegarsi a pera di cui ricalcherebbe vagamente la forma; la cosa poco mi convince, e non prendo per buono quella che piú che una etimologia, mi appare una frettolosa paretimologia, ed atteso che a mia memoria ‘e perette ch’io conobbi non somigliavano ad una pera, né dritta, né capovolta, risultando invece essere dei cilindrici vasi vitrei (e solamente vitrei) che per tutta la loro altezza mantenevano il medesimo passo e solo verso l’alto presentavano una contenuta strozzatura che costringeva il vaso a slargarsi in una imboccatura svasata,ecco che quanto all’etimologia, penso che piú che alla forma ci si debba riferire al materiale ed al modo d’apparire d’essi perette che essendo (come ò detto) di terso e scintillante vetro (non esistono, né esistettero perette in coccio o porcellana…) penso ch’essi trassero il loro nome dall’antico alto tedesco perhat= chiaro, splendente, trasparente cosí come i perette furono e sono;
carrafe : piú ampie – rispetto ai perette – caraffe usate solitamente per servire in tavola l’acqua da bere e talora il vino : etimologicamente dall’arabo garafa=vaso per attingere;
giarre : vasi vitrei bassi e panciuti, provvisti di manico, vasi usati per bere birra o altre bevande fermentate, etimologicamente dall’arabo djarrah attraverso lo spagnolo jarra.
Tutti i recipienti usati nelle bettole e/o osteri, cantine etc, per servire a gli avventori il vino o altre bevande furono détti onnicomprensivamente
‘o bbrito letteralmente il vetro ma per metonimia bicchieri, caraffe,ed ogni altro contenitore usato per la mescita; la voce brito etimologicamente è una lettura metatetica con tipica alternanza partenopea v/b (cfr. bocca/vocca- varca/barca etc.) del lat.vitru(m)→vritu(m)→britu(m)→brito.
In coda a quanto détto rammento due tipiche locuzioni partenopee che chiamano in causa gli argomenti trattati:

1) Levàte ‘o bbrito.
Ad litteram: Togliete il vetro id est: Raccogliete e mettete via i bicchieri, le caraffe, i peretti, le giarre etc. usati dai clienti in quanto la giornata è finita e la mescita chiude.Secco comando che gli osti solevano dare ai garzoni nell’approssimarsi dell’ora di chiusura dell’osteria, affinché raccogliessero e lavassero i contenitori usati dagli avventori, che - a quel comando dato dall’oste ai garzoni - capivano che dovevano abbandonare il locale; per traslato oggi la locuzione è usata ogni qualvolta si voglia fare intendere che il tempo corre e ci si approssima alla fine della giornata lavorativa oppure alla fine del lasso di tempo concesso per dar corso aduna qualunque operazione intrapresa e quindi occorre affrettarsi se la si vuole completare adeguatamente.

2) Fà dint’ â capa ‘e morte.
Ad litteram: Fare nel teschio. Id est: bere vino copiosamente, attingendone ad un vitreo sferico recipiente, detto popolarmente capa ‘e morte ( teschio ) o anche chiacchiaressa (colei che parlotta); la prima accezione risale probabilmente alla leggenda di Rosmunda costretta da suo marito Alboino (526 Verona, 572) a bere nel teschio del padre Cunimondo ucciso dallo stesso Alboino; la seconda accezione si riferisce, come ò già chiarito, al fatto che il recipiente di vetro è provvisto di larga bocca dalla quale il vino viene fuori gorgogliando, producendo,cioè , quel tipico rumore simile ad un borbottio.
Giunti a questo punto evito di porre altra carne al fuoco con il dire ad es. di altre voci concernenenti cantine, locande trattorie etc. e mi fermo sperando di aver contentato l’amico E.V. e chi dovesse leggere queste paginette.
Satis est.
Raffaele Bracale


PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it
06/02/2009 13:55:39 - Ip: 85.18.136.92

  Re: OSTERIA, BETTOLA, TRATTORIA & DINTORNI
so bene che il Piemontese non interessa nessuno, ma voglio segnalarvi la nostra parola ' piòla ' che sottintende un locale di campagna o di periferia dove si beve del buon vino, si mangiano cosette semplici e, immancabilmente, si può giocare a bocce sotto un bel pergolato di viti.
La parola è quasi scomparsa ed anche i locali.


ghitin (visiting from Italy)

09/03/2009 11:27:31 - Ip: 94.160.76.230

  Re: OSTERIA, BETTOLA, TRATTORIA & DINTORNI
Rispondo a Ghitin invitandolo a registrarsi se non lo avesse già fatto e ad inserire lui stesso la parola indicate in quelle del vocabolario di Dialettando.


L.S. (visiting from Italy) - redazione@dialettando.com

09/03/2009 12:02:06 - Ip: 82.90.192.70

scutmai Rispondi
Qualcuno sa dirmi qual è l'origine etimologica della parola "scutmai" presente nel dialetto reggiano ma anche in tutto il Nord? Grazie

adriana malavolta (visiting from Italy) - adriana.malavolta@istruzione.it
30/01/2009 17:29:17 - Ip: 213.156.52.107

  Re: scutmai
Esimia, se la voce che tu riporti come SCUTMAI, corrisponde a SCUTUMAIA nel significato di soprannome, dovrebbe derivare da COSTUME attraverso SCOTUME con i suffissi estensivi AI-AIA.
S.E.& O. Vale
Raffaele Bracale


PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it

31/01/2009 08:37:13 - Ip: 85.18.136.92

BIZZA – CAPRICCIO – STRAVAGANZA - IMPUNTATURA etc. Rispondi
BIZZA – CAPRICCIO – STRAVAGANZA - IMPUNTATURA etc.
Questa volta per contentar l’amico Edoardo C. ( peraltro dettosi molto soddisfatto di quanto, su suo invito, ò spesso scritto) per contentar, dicevo, l’amico Edoardo C. che me ne à richiesto,autorizzandomi a fre il suo nome, cercherò di illustrare le voci in epigrafe e quelle corrispondenti del napoletano; cominciamo dunque con
bizza s. f.
1.Breve stizza, Capriccio stizzoso, ma di breve durata, senza serio motivo, anche fig.: il bimbo fa le bizze; il motore fa le bizze.
2.(per ampliamento semantico) Ira, collera; Etimologicamente molti dizionarii registrano la voce come d’etimo incerto, il D.E.I. ipotizza (ma a mio avviso poco convincentemente)una derivazione dal lat. vitiosus per il tramite dell’aggettivo bizz(i)oso; semanticamente non trovo molta corrispondenza tra il vizio(che in latino vale errore, mancanza) ed il capriccio o l’ira che son proprii della bizza; migliore m’appare la proposta di Ottorino Pianigiani che legge bizza come forma varia ed intensiva di izza battezzando ambedue come provenienti dall’antico sassone hittja→hizza = ardore): trovo l’ardore semanticamente molto piú vicino del vizio alla collera, ira o anche solo ad una breve stizza!
Capriccio s.m.
1 voglia improvvisa e stravagante; desiderio bizzarro, ghiribizzo; la cosa cosí desiderata: avere, levarsi un capriccio; agire a, per capriccio | bizza improvvisa caratteristica dei bambini: fare i capricci.
2 manifestazione, avvenimento stravagante, fuori del comune: i capricci della natura, della fortuna
3 (per traslato) amore leggero e incostante
Quanto all’etimo si sospetta (D.E.I.- GARZANTI) una derivazione da cap(o)riccio = capo con i capelli rizzati per la paura, quindi manifestazione stravagante; trovo però migliore un’adattamento del fr. caprice.
Stravaganza s.f.
1 atto che esce dai limiti prefissati o consueti | rime stravaganti, rimaste fuori dalla raccolta curata dall'autore
2. Atto, comportamento o discorso eccentrico, strano, bizzarro ...
3 (estens.) cosa fuori del comune, strana, bizzarra: uomo, discorso stravagante; idee stravaganti | tempo stravagante, instabilità, capricciosità ..
Quanto all’etimo è voce ricostruita sull’agg.vo stravagante che è dal lat. med. (e)xtravagante(m).
Impuntatura s.f.
1 L'impuntarsi, l'ostinarsi caparbiamente in qualcosa: prendere un'impuntatura.
2 ostinazione improvvisa e duratura
3 Il rimanere nella propria idea con testardaggine e caparbietà: impuntarsi in, su un'opinione; si è impuntato a dire di no
Quanto all’etimo è voce ricostruita attraverso il verbo impuntare sul sostantivo punta che è dal tardo lat.. puncta(m) con la prostesi di un in illativo.
Esaminate le voci dell’italiano passiamo a quelle del napoletano che le rendono; in napoletano abbiamo numerosissime voci con significazioni per un verso simili alle pregresse dell’italiano, per altro piú estese e circostanziate. Premesso che molte delle voci che esaminerò, ànno in primis un significato affatto diverso e solo per traslato son riconducibili ai significati che si attagliano alle voci in epigrafe, abbiamo:
cerenfrúscolo s.m. voce desueta, ma registrata da tutti i calepini d’antan nel significato primo di bagattella, minuzia, sciocchezza ed in quello per estensione ed ampliamento semantico di bizzarría, stranezza bizzosa, stravaganza. Quanto all’etimo si sospetta un incrocio tra i lat. caere(folium) e frustulum = bruscolo di cerfoglio; il cerfoglio in nap. cerefuoglio indica oltre che la pianta delle ombrellifere anche gli sgorbi fatti a caso con penne e/o matite sui fogli di carta ed ancóra i vezzi, le moine, le sdolcinature, tutte cose che semanticamente posson ricondursi alle bizzarríe,alle stranezze bizzose.
Fantasía s.f. desiderio improvviso, voglia, capriccio, ma anche immaginazione non rispondente alla realtà; fantasticheria,atto e facoltà della mente umana di creare e crearsi immagini, di rappresentarsi cose e fatti corrispondenti o no ad una realtà: jirsene ‘e fantasia o jirsene ‘nfantasia = perdersi col pensiero dietro immagini o rappresentazioni di cose e fatti spesso irreali o irrealizzabili; altre volte eccitarsi sessualmente col solo pensiero. Quanto all’etimo, voce derivata piú che dal lat. phantasĭa(m), direttamente dal gr. phantasía ('apparizione, immaginazione', da phantázein 'far vedere') di cui conserva il suffisso tonico.
Marruójete/merruójete s.m.pl. (il sg.marruójeto/merruójeto è disusato perciò non registrato nei calepini) in primis emorroidi e per traslato capricci fastidiosi; semanticamente il traslato è spiegato con il fatto che chi è affetto da infiammazione delle emorroidi malvolentieri siede agitandosi in continuazione con pretestuose richieste, bislacche bizzaríe tendenti a trovare un refrigerio al proprio dolere che (per ragioni di pudore) si evita di esternare ai terzi lasciandoli nella convinzione che quelle pretestuose richieste, quelle bislacche bizzaríe siano da addebitarsi ad instabilità umorale o di carattere. Etimologicamente voci da ritenere un adattamento metaplasmatico dal gr.(hai)morroís -ídos, comp. di hâima 'sangue' e rhêin 'scorrere';

Míngria/míncria s.f. doppia morfologia di un medesimo sostantivo che vale capriccio, ghiribizzo, desiderio improvviso e bizzarro, impuntatura capricciosa accompagnata da pianti e/o lamenti tali da provocare in chi ne è vittima, sensazioni spiacevoli comportanti addirittura emicrania; etimologicamente adattamento del lat. tardo hemicrania(m), dal gr. hímikranía, comp. di hími- 'mezzo' e kraníon 'cranio'; questo il percorso morfologico: hemicrania(m)→(he)micrania→micrània→mincrania, donde con con ritrazione d’accento míncr(an)ia o míngr(an)ia per emicrania;
‘nzíria/zírria/zirra s.f. (Si tratta del medesimo sostantivo rappresentato con tre morfologie alquanto diverse di cui in uso solo la prima che è piú moderna (prima metà del 1900) ed anche, a mio avviso, piú bella delle altre due che affondano le origini nel ‘600 e sono disusatissime.
1 capriccio, bizza, testarda impuntatura, reiterato insistere in richieste sciocche e pretestuose, atteggiamenti tenuti quasi esclusivamente da parte dei bambini;
2 prolungato, lamentoso pianto, apparentemente non supportato da cause facilmente riscontrabili o riconoscibili; tale lamentoso piagnucolare è, ovviamente, costume dei bambini e segnatamente degli infanti, ai quali – impossibilitati a rispondere – sarebbe vano o sciocco chieder ragione del loro pianto; spesso di tali piccoli bambini che, all’approssimarsi dell’ora del riposo notturno, comincino a piagnucolare lamentosamente se ne suole commentare l’atteggiamento con l’espressione:Lassa ‘o stà… è ‘nziria ‘e suonno… (lascialo stare, è bizza dovuta al sonno… per cui bisogna aver pazienza!). Rammento ancóra che anticamente, come ò accennato, accanto alla forma ‘nziria, vi furono anche, con medesimo significato:zírria, zirra ;per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo ‘nziria (da cui gli aggettivi ‘nzeriuso/’nzeriosa che connotano i bambini/e che si abbandonano ai capricci ed alle bizze) scartata l’ipotesi che provenga da un in + ira: troppo distanti mi appaiono infatti l’idea di ira e di bizza dal comportamento fastidioso sí, ma non grave tenuto dai bambini assonnati o desiderosi di un giocattolo e/o altro; non mi sento neppure di aderire a ciò che fu proposto dall’amico avv.to Renato de Falco nel suo Alfabeto napoletano e cioè che la parola ‘nziria potesse discender dal greco sun-eris = con dissidio stante quasi il contrasto che si verrebbe a creare tra il bambino in preda alla ‘nziria e l’adulto che dovrebbe dar corso alle richieste, in quanto reputo l’eventuale contrasto solo un effetto della ‘nziria, non il suo sostrato; penso che sia molto piú probabile una discendenza dal latino insidiǽ a sua volta da un in + sideo = sto sopra, mi fermo su, che ben mi pare possa rappresentare semanticamente l’impuntatura che è tipica della imberbe ‘nziria.
Puntiglio s.m
1 ostinazione caparbia di chi sostiene un'idea o compie un'azione piú per orgoglio che per vera convinzione: cuntinuà ’a discussione sulo pe puntiglio: prolungare la discussione per puro puntiglio.
2 grande impegno e volontà: metterse ‘e puntiglio: mettersi di puntiglio studià, faticà cu puntiglio: studiare, lavorare con puntiglio.
Quanto all’etimo voce derivata dallo spagnolo puntillo dim. di punto (de honor) 'punto (d'onore)'; trattasi di voce napoletana poi accolta anche nella lingua nazionale.
Prurito s.m.
In primis 1 sensazione molesta di irritazione cutanea che induce a grattarsi: sèntere/sentí prurito;
2 (figuratamente) voglia improvvisa e intensa, stimolo improvviso, capriccio: ll’ è venuto ‘o prurito ‘e se jí a ffà ‘nu viaggio: : gli è venuta la voglia di andare a fare un viaggio. Quanto all’etimo voce derivata dal lat. pruritu(m), deriv. di prurire 'prudere';
Riscenziellos.m.inprimis deliquo,convulsione,mancamento; poi,per traslato,isterico e falso comportamento di chi, si lascia andare a piccole strane convulsioni condite di sterili isterismi e stolti capricci: atteggiamento tipico tenuto dalle donne o dai bambini quando vogliono forzare la mano a qualcuno per ottenere ciò che, adducendo normali ragioni o pretesti, non potrebbero raggiungere. Etimologicamente la voce a margine è rotacizzazione del piú classico discenziello derivati dal latino descensus, col significato di deliquio. ed è usato nel linguaggio popolare oltre che per significare quanto qui sopra illustrato, anche per indicare quei brevi deliqui , piú esattamente eclampsie cui talora vanno soggetti i neonati o i bambini molto piccoli.
Sbòria s.f. in primis sfuriata, manifestazione di furia collerica; aspro e violento rimbrotto; poi, per traslato, capriccio, puntiglio, ostinazione, fisima, bizza (spec. di bambini); la voce (riferita invece ad adulti dal comportamento stravagante) vale stramberia, bizzarría, stranezza, originalità, singolarità. Etimologicamente la voce a margine è formata dalla parola boria (che è dal lat. borea(m) 'vento di tramontana', da cui 'aria (d'importanza)' addizionata in posizione protetica di una S intensiva;
schiribbizzo s.m. trovata bizzarra, stolto capriccio, stramberia,ticchio pretestuoso, idea improvvisa e stravagante; etimologicamente m’ appare voce da collegare ad una voce dell’ant. tedesco: chrepiz ( e ciò sulle orme del Pianigiani, e quantunque il D.E.I., che pilatescamente parla di etimo incerto,non trovi colleganze semantiche (ch’io invece trovo) tra il significato della voce tedesca ch’indica il granchio e la stravaganza dello schiribizzo: il granchio è abbastanza stravagante per forma e comportamento!...)dicevo da collegare ad una voce dell’ant. tedesco chrepiz con protesi di una s intensiva, raddoppiamento espressivo della consonante finale e paragoge della evanescente di chiusura atteso che il napoletano aborre parole terminanti per consonanti (cfr. alibi tramme←tram, bisse←bis, barre←bar,gasse←gas, autobbusso←autobus con la sola eccezione della negazione nun talvolta attesta però come nune);

schirchio s.m. di per sé in primis privazione dei cerchi contentivi con riferimento alla sconnessione delle botti che vengon disfatte privandole innanzi tutto dei cerchi di ferro che stringono le doghe; per traslato con riferimento all’atteggiamento di persona (piú spesso uomo giovane o adulto che donna) che fosse priva di ipotetici cerchi contentivi della testa, e farebbe follie dando luogo a manifestazioni strane, strambe, a bizzarrie, a capricci, a bizze lunatiche e quindi bislacche, se non addirittura folli; etimologicamente deverbale di schirchià/schierchià = privar dei cerchi derivato da una s(distrattiva) + lat. tardo circulare deriv. di circulus, dim. di circus 'cerchio'; questa la strada morfologica:
s + circulare→ s+ circlare→scirchiare→ con il tipico passaggio di cl a chi come ad es. clausu(m)→chiuso e successiva assimilazione regressiva del ci di sci al successivo chi fino a pervenire da scirchiare a schirchiare/schirchià;
sfizzio(correttamente scritto in napoletano con due zeta); tale voce, partendo dalla parlata napoletana, è approdata in quella nazionale seppure accolto e scritto con la z scempia: sfizio ma mantenendo il medesimo significato di: capriccio, voglia: togliersi uno sfizio; levarsi lo sfizio di fare qualcosa | per sfizio, per puro capriccio, per divertimento portandosi dietro molte voci derivate, come:il sostantivo sfiziosità (cosa sfiziosa; in partic., ricercatezza alimentare), l’aggettivo sfizioso (che soddisfa una voglia, un capriccio; che piace, attrae,perchéoriginale)nonché l’avverbio:sfiziosamente e (per sfizio). Di non facile lettura l’etimologia di sfizzio; la maggioranza dei dizionarî in uso (persino il D.E.I.!), si trincera, procurandomi attacchi d’orticaria!..., dietro il solito pilatesco: etimo incerto/etimo oscuro; qualcuno, un po’ forse fantasiosamente, propende per una culla latina da un (sati)s -facio di cui lo sfizzio conserverebbe il sostrato di soddisfazione per raggiunger la quale occorre fare abbastanza. Qualche altro, ancor piú fantasiosamente (vedi C. Jandolo) ipotizza un latino ex+ vitium nella pretesa che lo sfizzio configuri una sorta di stravizio.
Non manca infine, per fortuna!, chi propende -e forse non a torto, piú correttamente - per un’etimologia greca da un fuxis/feuxis(fuga, evasione) con tipica prostesi della S intensiva partenopea, atteso che lo sfizio è qualcosa che eccedendo il normale si connota come un’evasione dalla quotidianeità;

Stengíne/stencíne s.m. in primis contorcimenti e poi, per traslato, sterili isterismi e stolti capricci: atteggiamenti che tuttavia non son tipici(come invece quelli, che abbiamo esaminato, in cui si parla di riscenzielle) delle donne o dei bambini, ma son d’uso anche tra gli uomini fatti che davanti a situazioni od accadimenti che non ritengono di loro gradimento, sogliono pretestuosamente reagire con comportamenti di pretestuosa ripulsa, di fastidiosi dinieghi, cadendo in quei figurati contorcimenti coi quali tentano di allontanare quelle situazioni e/o quegli accadimenti ritenuti sgradevoli o sgraditi. Molto particolare l’etimologia di stengine o altrove stencine che sono innanzi tutto il plurale di stingino o altrove stincino e risultano essere un deverbale del verbo stingenà/stincinà = storcere, allontanare da una normale linea dritta ; tale verbo che a sua volta è un denominale di stenca= stinco, osso che va dal ginocchio alla caviglia ( e che è derivato dal longobardo skenka); tento di chiarire il percorso semantico per giungere alle convulsioni e/o contorcimenti indicati dalle voci stingino/stincino partendo dalle azioni indicate dal verbo stingenà/stincinà; in effetti, un improvviso, proditorio colpo che sia assestato allo stinco può ingenerare con il dolore che ne provoca, un innaturale, procurato storcimento della gamba se non di tutto il corpo, un’andatura irregolare, una sorta di zoppía; segnalo ancòra che il verbo stingenà/stincinà à oltre i rammentati significati di storcere, allontanare da una normale linea dritta, soprattutto se coniugato al part. passato (stingenato/a-stencenato/a) anche quelli traslati ed estensivi di storcere/storcersi donde storto/a ed anche il significato di spaventarsi soprattutto se addizionato della causa efficiente specificativa ‘e paura = dalla paura donde stingenato/a-stencenato/a ‘e paura cioè a dire: tanto impaurito da torcersene.

Sturzillo s.m. in primis convulsione, contorcimento di natura epilettica (frequenti nei bambini) poi, per traslato, bizza, capriccio improvviso e/o dispettoso a cui si possono abbandonare solitamente i bambini, ma pure gli adulti immaturi; etimologicamente deverbale di sturzellà= deformare, storcere, flettere, sviare,deviare, che potrebbe apparire (D’Ascoli) essere una forma ampliata, ma non chiarita nel suo percorso morfologico!, di storcere. Piú chiaro e preciso risulta essere l’amico prof. C. Iandolo che parla di una s intensiva + un lat. volg. *torsellare (iterativo del classico torquére);
tirrepetirro s.m. voce usata quasi sempre al plurale ‘e tirrepetirre che sono le bizze, gli improvvisi pretestuosi capricci squisitamente femminili e piú corposi che non la imberbe 'nziria o il velleitario verrizzo (vedi ultra) di cui sopravanzano il vuoto isterismo , pur configurandosi in comportamenti nevrotici tali da degenerare in forme convulsionanti tenendo presenti le quali si giunge all'etimologia della parola che non deriva come proposto da qualcuno dallo spagnolo tirria che denota invece la semplice antipatia che non à nulla a che vedere con il capriccio o la bizza; 'e tirrepetirre promanano a mio giudizio invece per adattamento delle voci greche tiros(spasmo) + pitulos(convulsione) manifestazioni tipiche della cocciutagine dispettosa che attiene al tirrepetirro.


verrizzo s.m. Con questa antica voce a margine (peraltro nota ormai quasi solamente ai napoletani piú anziani, essendosi irrimediabilmente depauperato il lessico d’antan),voce che al plurale fa verrizze/verrizzi, nella parlata napoletana vengono indicati le bizze, i capricci stizzosi,le stravaganze, le voglie irrazionali ed estensivamente anche quelle lussuriose, libidinose; chi ne va soggetto è detto verruto/a, ma pure verrezzuso/osa.
Annoto innanzi tutto che ‘e verrizze son quasi sempre riferiti nel loro significato primo di bizze, capricci,stranezze, voglie irrazionali o ai bambini o alle donne, nella presunzione che un uomo fatto, difficilmente possa lasciarsi prendere da bizze o capricci, di talché i termini verruto o verrezzuso, riferiti ad un uomo fatto, starebbero ad indicare un soggetto proclive alla lussuria o libidine, cosí come dal significato estensivo di verrizzo.
Quanto all’etimologia del termine in epigrafe, la questione non è di poco conto; la maggior parte dei compilatori di dizionarî, che accolgono il termine se la sbrigano con un’annotazione pilatesca: etimo incerto/etimo oscuro.
Qualche altro, lasciandosi però chiaramente trasportare dal significato estensivo della parola, propone una timida paretimologia, legando la parola verrizzo, al termine verro che è il porco non castrato atto alla riproduzione, nella pretesa idea che il verro sia portato, almeno nell’immaginario comune, a pratiche libidinose, ma la proposta paretimologia poco mi convince.
A mio sommesso parere, penso che la parola in epigrafe possa tranquillamente derivare dall’unione del verbo velle rotacizzato in verre con il sostantivo izza agganciandosi semanticamente ad un comportamento originariamente iracondo, stizzoso e poi capriccioso, stravagante,strano; la voce izza è piú nota nella forma varia ed intensiva bizza (ma sia izza che bizza provengono dall’antico sassone hittja/hizza = ardore).
Partendo da vell(e)+izza si può pervenire a verrizzo con tipica alternanza della liquida L→R, successivo affievolimento della piena e tonica mutatasi nella evanescente e e maschilizzazione del termine passato da verrizza a verrizzo adattamento resosi necessario per indicare un difetto (che comunque comportando una manifestazione d’ardore si intende maschile).
Vertécena s. f. in primis sbalordimento, turbamento o esaltazione di fronte a qualcosa di eccezionale o sconvolgente, poi per ampliamento semantico, comportamento bizzoso , stizzoso e poi capriccioso, stravagante,strano che da quello sbalordimento, turbamento etc. posson derivare; per l’etimo è voce derivata dal lat. vertigine(m), deriv. di vertere 'volgere, girare' con sostituzione, propiziata dal tipo di parola sdrucciola della l'occlusiva velare sonora g con la corrispondente affricata palatale sorda c ed apertura espressiva delle i→e;
Vezzaría s.f. improvvisa bizza,capricciosa stravaganza,comportamento insolito, singolare, che desta perplessità, stupore,manifestazioni tutte tipicamente femminili; quanto all’etimo la voce a margine è un denominale derivato come bizzarro da bizza (s. f. breve stizza, capriccio; forma intensiva di izza che è dall’antico sass. hitze/hizza = collera).
Satis est.
Raffaele Bracale



PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it
27/01/2009 09:31:22 - Ip: 85.18.136.92

Obama o Inama? Rispondi
In mancanza di Obama teniamoci gli Inama.

Giuvà Smitti (visiting from Italy)
24/01/2009 13:55:54 - Ip: 79.40.77.90

  Re: Obama o Inama?
Battuta innocua


Giuvà (visiting from Italy)

25/01/2009 12:31:16 - Ip: 79.11.7.198

strafanti o strafante Rispondi
Chi mi sa dire il significato di questa parola?

Cristina (visiting from Switzerland) - ef
16/01/2009 18:05:55 - Ip: 81.62.151.80

  Re: strafanti o strafante
Quesito non da poco il tuo!
Ad un rapido esame cmq le due parole non sono sinonimi;
strafante/strafanto è parola veneta e vale: cosa da nulla, bazzecola, futilità
(fig.) persona pignola e noiosa; persona cagionevole di salute, malaticcia; mentre invece strafanti dovrebbe esser voce siciliana (palermitana) e si dice di persona che indossi un vestito esagerato fuori moda e triviale ... Gli etimi d'ambedue le voci mi sono però ignoti.
Di più nn saprei dirti. Spero che basti.
Vale
Raffaele Brak


PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it

20/01/2009 16:33:32 - Ip: 85.18.136.92

  Re: strafanti o strafante
in genovese -strafanicci - ha lo stesso significato


falconieri (visiting from Italy) - ef

25/01/2009 09:33:42 - Ip: 87.9.7.95

ALCUNE TIPICHE ESPRESSIONI NAPOLETANE. Rispondi


ALCUNE TIPICHE ESPRESSIONI NAPOLETANE.
Cominciamo con Cacchio, cacchio (nell’espressione venirsene cacchio cacchio);Cacchio, cacchio ad litteram sta per: strano, strano (nell’espressione : avvicinarsi strano, strano)Espressione usata per significare l’atteggiamento di chi, facendo finta di nulla, mogio mogio, con indifferenza ed ostentata tranquillità, si prepara invece ad agire proditoriamente in danno di terzi, quasi che si accostasse al luogo dove agirà, con studiata noncuranza.
Da rammentare che l’espressione in epigrafe era usata da Totò, il principe del sorriso, sommandola con la pleonaticaespressione tomo tomo espressione inutile in quanto di di uguale portata e/o significato, ma di minor presa; ò detto pleonastica perché, mi pare che non ci fosse stato il bisogno di chiarire o aumentare la portata del cacchio cacchio napoletano, espressione - al contrario - molto piú corposa e pregnante, per il vocabolo usato, dell’algido tomo tomo, espressione che pur napoletana è costruita con un vocabolo italiano presente altresí in quella dell’italiano essere un bel tomo nel senso di essere un tipo strano . L’espressione venirsene cacchio cacchio non va confusa con quella che recita
Venirsene oppureJirsene tinco - tinco espressione che ad litteram significa : accostarsi oppure allontanarsi sollecitamente (come un tincone); id est:avvicinarsi oppure sparire da un luogo rapidamente e con una buona dose di faccia tosta, quasi dando ad intendendere che l’avvenimento cui si vuol partecipare o a cui si è partecipato e da cui ci si allontani non ci riguardi o abbia riguardato, né chiami o abbia chiamato in causa.Né altresí l’espressione è da confondersi con quella che recita Venirsene ruglio ruglio (id est: venirsene mogio mogio, piano piano,ovvero accostarsi lentamente, quasi contando i passi, come chi sia pieno, zeppo, stipato di cibo e dunque sia costretto a muoversi lentamente, mogio mogio. Vale la pena di ricordare che tutte le l’espressioni: ruglio ruglio, tinco tinco, tomo tomo, cacchio cacchio,nella loro reiterazione dell’aggettivo di grado positivo o del sostantivo usato in funzione aggettivale, ne sostanziano il superlativo che, al solito, in napoletano non à la forma del suffisso in issimo, ma usa reiterare l’aggettivo di grado positivo come avviene p. es. con chiatto chiatto o luongo luongo o ancora curto curto che rispettivamente stanno per grassissimo,altissimo (o lunghissimo), bassissimo e dunque ruglio ruglio sta per pienissimo, tinco tinco vale tincone/sveltissimo, cacchio cacchio vale cacchio al massimo grado e sta per stranissimo, tomo tomo sta per bizzarrissimo;
Esaminiamo le singole voci:
cacchio s.m. voce eufemistica usata quale addolcimento di cazzos.m. = pene, organo maschile della riproduzione (derivato dal greco (a)kation=albero della nave, voce gergale d’ambito marinaro) ma qui usato in funzione aggettivale nel significato di sciocco, strano;
tomo s. m. [dal lat. tardo tomus, gr. tómos, propriam. "sezione, taglio, fetta"]; in primis ognuna delle parti (spec. dei volumi) in cui è divisa un'opera a stampa: un'enciclopedia divisa in dieci tomi; poi(fig., iron.) (ed è caso che ci occupa): persona singolare, bizzarra; tipo strano; non chiarissimo il percorso semantico seguíto per passare dal primo significato al significato ironico; ma forse, a mio avviso il collegamento è da cercarsi nel fatto che come una sezione, un taglio, una fetta di qualcosa non può rendere compiutamente l’idea della cosa di cui si è estratto una sezione, un taglio, una fetta, cosí la persona singolare, bizzarra, il tipo strano non posson rendere compiutamente l’idea di un individuo integro e normale;
tinco a. m. al femm. agg.vo e sost. tenca = rapido/a, sollecito/a, svelto/a;
etimologicamente l’aggettivo è stato mutuato dal sost. tinca= s. f. (dal tardo lat. tinca(m))
1 pesce d'acqua dolce di media grandezza, dal corpo tozzo di color verde-oliva dal movimento veloce ; è comune nelle acque dolci a fondo melmoso e si alleva nelle risaie dove distrugge le larve delle zanzare (ord. Cipriniformi). 2 nel gergo teatrale, parte impegnativa, che non offre però soddisfazioni all'attore; l’aggettivo tinco/tenca conserva semanticamente e richiama il comportamento e l’andatura rapida, sollecita, svelta del pesce tinca.
ruglio agg.vo m= pieno, colmo, zeppo, rimpinzato, lento, mogio; è un aggettivo molto antico che trova i suoi omologhi,assonanti in siciliano ed in calabrese (trugghiu- rugghiu) nell’identico significato di partenza di: pieno, colmo, zeppo con riferimento agli oggetti(brocche, casse etc.) pieni o colmati, ma anche alle persone rimpinzate di cibo ; se ne deduce che chi sia ruglio cioè pieno, colmo, zeppo, rimpinzato abbia un andamento lento e mogio; in Irpinia la parola è la medesima:ruglio. Etimologicamente l’aggettivo a margine è un chiaro deverbale forgiato sul verbo latino: turgulare frequentativo di turgere: inturgidire;
E, a mo’ di completamento rammenterò che sia in calabrese che in napoletano d’antan esiste il verbo ‘ntrugliare = ingrossare forgiato ugualmente sui verbi latini di cui sopra.
Bizzarroagg.vo
1 che à qualcosa di singolare, di originale, di stravagante: una persona bizzarra; un modo bizzarro di vestire
2 focoso, che s'adombra o imbizzarrisce facilmente (detto di un cavallo) | (ant.) iracondo, bizzoso (detto di persona); etimologicamente denominale di bizza probabile forma intensiva di izza (dal longobardo hizza (bollore).
Raffaele Bracale



PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it
05/01/2009 10:38:52 - Ip: 85.18.136.92

BUZZURRO MALEDUCATO ROZZO etc. Rispondi
BUZZURRO MALEDUCATO ROZZO etc.


Anche questa volta,come feci alibi parlando di anticchia, lenticchia etc., prendo spunto da una richiesta fattami da una cara amica, facente parte della Ass.ne Ex Alunni del Liceo classico G.Garibaldi di Napoli, amica di cui, per questioni di privatezza, mi limiterò ad indicare le sole iniziali di nome e cognome: N.C. e mi soffermo parlare delle voci italiane in epigrafe e delle corrispondenti voci del napoletano. Cominciamo dicendo che in italiano per indicare un soggetto proclive alla villania e/o a comportamenti ineducati si usano una o piú delle seguenti voci:
buzzurro s. m. [f. -a] 1 nome che si dava in Toscana ai montanari svizzeri che d'inverno scendevano a vendere caldarroste, castagnaccio e/o polenta oppure ad esercitare il mestiere di spazzacamino;
2 soprannome affibbiato a Roma, dopo il 1870, ai piemontesi e agli altri invasori settentrionali trasferitisi nella capitale;
3 (estens.) persona rozza, villana, zotica.
Per ciò che riguarda l’etimo, checché ne dica il D.E.I. che pilatescamente si trincera dietro uno sconfortante etimo sconosciuto, penso che ben si possa seguire l’idea di Ottorino Pianigiani che postulò una derivazione dal tedesco putzer→buzzer= che netta, che pulisce, azioni semanticamente vicinissime a quelle dello spazzacamino;
maleducato agg. e s. m. [f. -a] che, chi non à avuto una buona educazione; screanzato, villano: una persona maleducata; è un bel maleducato! Per ciò che attiene all’etimo è voce formata dall’addizione di male (avv. derivato dal lat. male, avv., deriv. dell'agg. malus 'cattivo' nel significato di 1 in modo non buono, non equo, non giusto; 2 in modo non soddisfacente, non conveniente, non rispondente alle aspettative: non in conformità con le leggi morali o le convenzioni sociali)unito ad educato in funzione di agg.: che à ricevuto una buona educazione; cortese, garbato, gentile; educato è il p. p. del verbo educare (= formare con l'insegnamento e con l'esempio il carattere e la personalità di qualcuno, spec. dei giovani, sviluppandone le facoltà intellettuali e le qualità morali secondo determinati principi; verbo che è dal lat. educare, intensivo di educere 'trarre fuori, allevare', comp. di ex- 'fuori' e ducere 'trarre';
rozzo : agg.vo 1 si dice di cosa ancora ruvida, non ben levigata o rifinita: pietra rozza; lana rozza, grezza; muro rozzo, non intonacato | (estens.) non finito di lavorare, ancora in abbozzo: mobile, disegno rozzo
2 (fig.) non ingentilito, non raffinato, non dirozzato: un uomo rozzo; parole rozze; una civiltà ancora rozza
3 sgarbato, maleducato: avere modi molto rozzi
è voce derivata dal lat. volg. *rudius, compar. neutro di rudis; cfr. rude;
grossolano : agg.vo 1 poco fine, di esecuzione poco accurata; ordinario, dozzinale: una stoffa grossolana; un lavoro grossolano
2 approssimativo, non preciso: un conto grossolano
3 di modi volgari e poco raffinati, di scarsa educazione: gente grossolana; un uomo grossolano; tenere un comportamento grossolano ' scherzi grossolani, volgari, di cattivo gusto | errore grossolano, enorme, marchiano;
derivato dal lat. tardo grossu(m) + il suff. di pertinenza aneus→ano ed epentesi eufonica del suono consonantico;
rustico: agg.vo 1 di campagna: fondo rustico | stile rustico, che arieggia quello campagnolo | pizza rustica: pasticcio ripieno di formaggi, carne, salumi e aromi vari
2 (fig.) riferito a persona, poco socievole, scontroso, rozzo: un uomo dal carattere rustico; avere modi rustici, villani | (estens.) semplice, alla buona: una cena rustica
3 detto di cose, grezzo, non rifinito: facciata rustica, senza intonaco;
deriva dal lat. rusticu(m), che è da rus ruris 'campagna';
sgarbato/a agg. e s. m.e f. [f. -a]
1 che non à garbo, sgraziato: una risata sgarbata
2 che si comporta in modo poco garbato, poco cortese: un impiegato molto sgarbato | che denota scortesia: risposta sgarbata; contegno sgarbato | persona sgarbata. Per ciò che attiene all’etimo, è voce formata da una s distrattiva + l’agg.vo garbato (derivato di garbo 1 che à compitezza nel comportarsi e nel trattare con gli altri; amabilità, cortesia 2 chi à modo aggraziato di eseguire una cosa: scrivere, dipingere con garbo | a garbo, come si deve, per bene, a modo: un lavoro fatto a garbo
3 che à esattezza, finitezza di forme; linea armoniosa che si conferisce a un oggetto mediante un accurato lavoro di modellatura e rifinitura; quanto all’etimo l’aggettivo garbato è un denominale di garbo che è forse (quest’ ipotesi è infatti morfologicamente poco convincente…) garbo e conseguentemente garbato è dall’ a. a. tedesco garwî= ornamento, forma ma piú probabilmente dall’arabo qalib= modello, sagoma passato nel francese med. come galbe donde il ns. garbo;
villano/a agg. e s. m.e f. [f. -a]

1 (ant. , lett.) abitante della campagna: però giri Fortuna la sua rota / come le piace, e 'l villan la sua marra (DANTE Inf. XV, 95-96) | cfr. il proverbio : carta canta, villan dorme, quando si à in mano qualcosa di scritto, si può stare piú tranquilli che i patti vengano rispettati
2 (spreg.) persona rozza, priva di garbo e cortesia: comportarsi da villano; non fare il villano! | villano rifatto, rivestito, ripulito, si dice di chi è diventato ricco o è salito socialmente, ma à conservato animo e modi rozzi | cfr. il proverbio : scherzi di mano, scherzi da villano. anche agg.vo 1 rozzo, scortese, maleducato: un atto, un modo villano; un ragazzo villano; 2 (ant.) crudele, spietato: Morte villana, di pietà nemica, / di dolor madre antica; quanto all’etimo la voce villano è dal lat. tardo villanu(m), deriv. di villa;
zotico/a agg.vo m. e f. [pl. m. –ci pl. f. che] villano/a, rozzo/a, incivile: un uomo zotico; maniere, espressioni zotiche
anche s. m. e f. persona zotica. quanto all’etimo la voce zotico è forse dal lat. (i)dioticu(m) agg.vo di idiota= che è chi conduce vita privata, persona rozza, incolta,ignorante, uomo privato', che come tale fu considerato 'incompetente, inesperto' rispetto a chi rivestisse incarichi pubblici; altra ipotesi è che zotico sia dal gr. zotikós 'pieno di vita' e tale ipotesi si spiegherebbe semanticamente col fatto che chi è pieno di vita e/o vitalità è esuberante fino ad essere scostumato per eccessiva vitalità; altra opinione, infine cui mi sento di potere aderire è che zotico derivi dal lat. ex-òticus= forestiero e dunque ignaro delle regole, costumanze e corretti usi del paese in cui ci si trovi con conseguenti comportamenti rozzi, villani o addirittura incivili. Quest’ultima ipotesi, per il vero, appare un po’ forzata quanto alla morfologia perché è rarissimo il passaggio della x latina a z.

Esaurite cosí ad un dipresso le voci dell’italiano, veniamo al napoletano dove troviamo:
banchiéro s.m. uomo maleducato e plebeo e per estensione, monello, bricconcello; per quanto riguarda l’etimo,una scuola di pensiero fantasiosamente ipotizzò fosse parola derivata dai comportamenti non del tutto signorili, quando non truffaldini, tenuti dagli addetti (banchieri) fiorentini ai banchi di cambiavalute ed affini, addetti fiorentini che nell’epoca medioevale operarono nella città di Napoli; è idea però che non convince assolutamente, non essendo né accertati, né attestati comportamenti poco signorili se non truffaldini di quei tal fiorentini, ed alla luce del sostantivo banchèra (donna ciana, cialtrona, spregevole e plebea) corrispettivo al femminile della voce a margine, penso che ambedue le voci banchiéro e banchèra siano da collegarsi alla voce banco (mobile a forma di tavolo allungato che negli esercizi commerciali o nei mercatini popolari separa i venditori dai compratori, a volte con vetrine per l'esposizione della merce, voce derivata dal tedesco *bank 'sedile di legno') e semanticamente il collegamento tra banco e comportamento rozzo, villano, spregevole è da cercarsi nel fatto che chi avesse, specialmente nei mercatini rionali, un banco per la vendita al minuto di merci e/o vettovaglie agiva in maniera non signorile anzi piuttosto rozza e villana, essendo spesso tali venditori ( e lo vedremo qui di seguito) degli ineducati contadini o montanari che offrivano direttamente i prodotti che avevano loro stessi coltivato in campagna o in altura. A margine di tutto ciò sottolineo che in napoletano il suffisso maschile iéro/e(dal francese ier cfr. G. Rohlfs) al femminile perde il dittongo diventando èra come ad es. alibi salumiero/e ma salumèra;
calandriéllo s.m.ed esclusivamente maschile : un’eventuale femminile calandrella e lo vedremo qui di sèguito è voce di diverso significato ed etimologia. Il termine calandriello indica in primis un calzare da montanaro, ciocia e per traslato villano, rozzo, scortese, maleducato come è inteso comunemente chi provenga dal monte; rammento che la voce a margine – con piccoli adattamenti morfologici – è presente in un po’ tutti i linguaggi regionali del ns. meridione e dell’area mediterranea; per quanto riguarda l’etimo si tratta di un diminutivo (cfr. il suff. iello) di un’originaria calandra che il D.E.I. dice voce derivata da una base mediterranea cal- donde calo/calonis e caliga che indicavano appunto calzature di tipo rustico; il nome della calzatura passò poi ai montanari che la usavano; ricordo ancóra che il napoletano oltre la voce calandriello à anche la voce calandrella che a tutta prima a gli sprovveduti potrebbe apparire essere il femminile di calandriello ma non è cosí essendo calandrella voce affatto originaria di diverso etimo e significato: ora del primo pomeriggio allorché il sole scotta maggiormente ; l’etimo di calandrella è dallo spagnolo calenturilla diminutivo di calentura= calore febbrile;
cafone s. ed agg.vo m. villano,zotico, contadino, montanaro villanzone, rozzo, scortese, maleducato proveniente dalla provincia napoletana;il medesimo villano,zotico, contadino, montanaro proveniente da province diverse da quella napoletana, in napoletano è indicato come cafone ‘e fora ; E su ciò non v’à questione; si è d’accordo un po’ tutti. Il problema sorge quando si comincia a congetturare intorno all’etimologia della parola..Ci sono numorose opinioni : in primis quella che, partendo da scritti di Cicerone(Filippiche ed altro), riallaccia la voce cafone ad un nome personale di origine osca: Cafo riferito con tono spregiativo ad un uomo incolto e villano; altra opinione è quella che riallaccia il termine cafone al verbo osco(la cui esistenza, peraltro, non è provata) *kafare= zappare.Segnalo infine la proposta (che mi pare migliore di altre) dell’amico prof. Carlo Jandolo, proposta, ripresa peraltro da quella di G.Alessio, che collega la parola cafone al greco: skaphèus, collaterale di skapaneus= contadino, zappatore.
Escludo altresí, in quanto da ritenersi leggende metropolitane, le idee che cafone possa derivare dal fatto che gli abitanti dell’entroterra o della piú remota provincia onnicomprensivamente detti cafune, giungendo in città,vi camminassero legati gli un gli altri con una fune, o l’altra idea che fossero detti cafune gli abitanti dell’entroterra o della piú remota provincia che venissero in città ad acquistare bestiame e vi giungessero armati di fune per legare e tirar via le bestie comprate.
Ciò annotato passo ad indicare quella che per un periodo fu la mia diversa opinione fondata sul fatto che, storicamente, nel tardo ‘800 ed ai principi del ‘900 eran definiti, nel parlar comune,cafoni non solo gli zappatori, i villani e consimili, ma estensivamente un po’ tutti gli abitanti o i nativi dei paesini dell’entroterra campano, paesini arroccati sui monti ,-come quelli del sannio- beneventano, del casertano o dell’ alta Irpinia - difficili da raggiungere e chi li raggiungeva con carretti o altro aveva bisogno di aiuto per ascendere fino al paese propriamente detto. A tale bisogna provvedevano nerboruti paesani che scendevano incontro ai visitatori , ed erano armati di robuste funi con le quali aiutavano nell’ascensione le persone bisognose d’aiuto.Tali paesani erano indicati con la locuzione “chille cu ‘a fune o chille c’’a fune “ id est: quelli con la fune. Da c’’a fune a cafune il passo è breve e d è ipotizzabile che con esso termine si indicassero tutti gli abitanti dell’entroterra o della piú remota provincia. cafune è comunque un plurale. Il singolare cafone pensai si era potuto formare successivamente tenendo presente i consueti fenomeni metafonetici della lingua napoletana alla stregua di guaglione che al plurale fa guagliune. Trascorso del tempo ad una piú attenta lettura ò dovuto tuttavia convenire che la mia non fosse ipotesi propriamente scientifica e che anzi potesse giustamente apparire un’ipotesi paretimologica percorribile sí, ma poco convincente.
Ed è perciò che una volta segnalata, faccio un passo indietro, atteso che solo gli stupidi non cambiano mai idea, e mi accodo ben volentieri alla proposta (che mi pare migliore di altre) dell’amico prof. Carlo Jandolo, proposta, ripresa per altro da quella di G.Alessio (peraltro assente nel D.E.I.), che collega la parola cafone al greco: skaphèus, collaterale di skapaneus= contadino, zappatore Cazzeo/a/cazzero/era a.vo e s.vo m. e f. tanghero/a, villano/a, zoticone/a, grossolano/a, rozzo/a, maleducato/a. Etimologicamente è voce derivata dall’addizione del s.vo cazzo e del suffisso di pertinenza ero→eo/era→ea; la voce cazzo(membro virile, pene, voce derivata dal greco akation= albero della nave e fu voce del linguaggio gergale dei marinai) è spesso e qui usata figuratamente in senso spregevole per indicare una persona sciocca, minchiona cosí come ad es. in cazzone= scioccone, babbeo;
chiòchiaro/chiòchiero: sost. ed agg.vo m. voce ancóra viva nell’icastico linguaggio popolare, voce usata per indicare (come ampliamento semantico) il villano, lo scostumato rozzo individuo proclive al comportamento ineducato, ma usata in primis per indicare il melenso, lo sciocco, il babbeo di zucca vuota,ed in tale accezione la voce è accompagnata per solito da un gesto offensivo consistente nel far muovere velocemente ed alternativamente l’inalberato avambraccio a dritta e mancina, tenendo la mano destra drizzata verso l’alto con le dita unite in modo che il polpastrello del pollice , tocchi contemporaneamente tutti gli altri; etimologicamente piú che allo spagnolo chocho =molle, vuoto, pare che debba riferirsi al latino cochlea = conchiglia, considerata nel momento che sia vuotata del suo frutto;non è però da scartar l’ipotesi che la parola, usata anche per designare lo zotico villano, possa collegarsi alla voce chiochia che è variante di ciocia (termine dall’etimo sconosciuto, di àmbito laziale usato per indicare un particolare tipo di calzatura indossata dai contadini) alla voce chiochia unendo il tipico suffisso di competenza aro/ero si arriva ai nostri chiòchiaro/chiòchiero;
ciamàrro/tamàrro s.m. letteralmente in primis bestia da macellare e per traslato zoticone, villano, rozzo, incivile; etimologicamente sia nella forma ciamàrro che in quella di tamàrro son da collegarsi allo spagnolo zamàrro= fiacco, zotico;
ciampruósco/zampruósco s.m. letteralmente in primis grossa scarpa, scarpone, scarpaccia e per traslato zoticone, villanzone,tanghero,screanzato; voce esclusivamente maschile (non appare attestata un femminile ciamprosca/zamprosca); è voce che etimologicamente pare derivare da una base zampra/ciampra (dal francese chambre) addizionata del suffisso uósco forse adattamento del suffisso dispregiativo, diminutivo del lat. cl. usculus; la base zampra/ciampra è la medesima presente anche in zambracca (1 cameriera sudicia e sciatta, 2 (estens.) prostituta 3 serva di infimo conio, fantesca addetta alla pulizia dei cessi); la voce zambracca origina dall’addizione del suffisso dispregiativo acca (accia) con la parola zambra (che è dal francese chambre) in francese la voce chambre indicò dapprima una generica camera, poi uno stanzino ed infine il gabinetto di decenza.Semanticamente essendo la voce chambre nell’ultima accezione di natura spregiativa si presta sia alla formazione del s.vo dispregiativo zambracca, sia alla formazione dell’ugualmente dispregiativo s.vo zampra/ciampra→ zampruósco/ciampruósco = scarpone, scarpaccia;
cutecóne s.m. ad litteram: coticone e cioè sordido, taccagno, untuoso spilorcio; e per ampiamento semantico anche zotico, villano; parola accrescitivo di cotica dal b.latino cutica(m)=cotenna;

furetano/a sost.m. e femm.le = campagnolo/a, contadino/a voce derivata dal b. lat. foritanus/a tratto da foris= fuori (il contadino, il campagnolo vengono ovviamente da fuori città e sono accreditati di essere carenti di educazione e perciò villani, rozzi villanzoni,tangheri);
‘gnurante a.vo m. e f.1 che non sa, non conosce, non è informato; che è privo del tutto o in parte di determinate nozioni: essere ignorante di musica, in matematica | (assol.) non sufficientemente preparato nello studio o nella professione, nel mestiere che fa: uno scolaro, un giornalista, un tecnico ignorante.
2 che non ha istruzione, che è senza cultura: una persona ignorante
3 (fam.) privo di buona educazione e dunque zotico, villano, rozzo; etimologicamente la voce a margine risulta essere un adattamento dialettale del particio presente ignorante del verbo ignorare (dal lat. ignorare, deriv. di ignarus 'ignaro’); il verbo ignorare è comunque estraneo al napoletano;
‘ndurrone/a a.vo e s.vo m. e f.zoticone/a, villano/a,incivile; etimologicamente è voce ricavata dall’addizione di un in (illativo) + l’agg.vo lat. duru(m) nel significato di sgraziato, rozzo, impudente, spiacevole, con raddoppiamento espressivo della liquida r ed aggiunta di un suffisso accrescitivo (one/a);
Pacchiano/a questa volta, ci troviamo difronte ad una parola (sost. ed agg.vo m. o f.) oramai pressoché desueta , ma che fu molto usata negli anni tra il ’40 ed il ’50 dello scorso secolo e fu usata per indicare i contadini, i provinciali ed estensivamente gli zoticoni ed i rozzi provinciali provenienti dai paesi (nei quali per altro si rifugiarono parecchi napoletani per sfuggire ai bombardamenti della seconda guerra mondiale) della campagna partenopea (da non confondere dunque con i cafoni per solito provinciali di montagna).
Ancora piú estensivamente con il termine pacchiano si identificò il villano, il rozzo provinciale fisicamente ben pasciuto, e con il corrispettivo pacchiana la contadinotta di generose forme, quella contadina, detta affettuosamente ‘a pacchianella ‘e ll’ova, che ogni giorno era solita rifornire le case dei cittadini sfollati id est:fuggiti dalla città, di generi alimentari freschi (uova, formaggi,insaccati, latte, burro nonché verdure ed altri prodotti dell’orto).
Chiarito ad un dipresso il concetto di pacchiano/a, passiamo a parlare brevemente della sua etimologia.
Sgombriamo súbito il campo da quella che – a mio avviso – è solo una graziosa, ma pretestuosa paretimologia e cioè che con la parola pacchiana e poi il corrispondente maschile si indicasse, contrariamente al cafone che è montanaro, la contadina, la villana e poi il contadino, il villano che giungessero in città p’’a chiana attraverso cioè la pianeggiante campagna. È altresí da escludere una pretesa derivazione onomatopeica da un ipotizzato, ma non spiegato suono pacchio.
Cosa mai produrrebbe nel pacchiano il suddetto suono? Non è dato sapere!...
Un’altra tentazione è che il termine pacchiano/a possa collegarsi al sostantivo italiano pacchia =gran mangiata e per estensione: vita beata e tranquilla, gioiosa ed allegra (dal latino: patulum→pat’lum→pac’lum→pacchio e pacchia = cibo,pasto),oppure che il termine pacchiano/a possa essere un deverbale di pacchiare: vivere beatamente, satollandosi di cibo e/o altro, senza quasi fatica; a me non pare però che, per quanto ben nutriti e satolli, i contadini durino una vita che sia solo una pacchia; ugualmente penso sia da scartare l’ipotesi che pacchiano/a possan derivare da un tardo latino regionale pachylus ←pachilós derivato da un pachýs greco ="grassoccio".
Non resta dunque che aderire, per l’etimologia di pacchiano, a quanto proposto dal grandissimo prof. Rohlfs che ne congettura una derivazione per metatesi dal sostantivo chiappa (forgiato su di una radice indoeuropea klapp) nel significato però non di sasso sporgente, ma di natica, elemento sporgente del corpo umano, tenendo presente la morfologia fisica del pacchiano o piú spesso della pacchiana, dotati quasi sempre di sostanziose natiche sporgenti.
ruónto sost. ed agg.vo solamente m non è attestato, né codificato un ipotetico femminile ronta; è antica parola (cfr. D’Ambra, Andreoli, P.P.Volpe etc.) ormai desueta che valse plebeo, villano, volgare; di non tranquilla lettura l’etimo; scartata (per patente differenza di significati) a mio avviso una derivazione dal lat. ro(tu)du(m)→rodu→ruodu→ruondu→ruontu non resta che pensare ad una derivazione dal lat. rudis= rozzo, inesperto, ignorante, incapace quantunque morfologicamente passare da rudis a ruonto comporta un cammino non chiaro e difficilmente perseguibile;
scrianzato/a agg. e s. m.e f. ineducato/a, scortese, che, chi è senza creanza; maleducato/a;
chiarissimo l’etimo in quanto la voce a margine è formata sulla voce crianza (creanza,compitezza, gentilezza dallo sp. crianza, deriv. di criar 'allevare, educare', che è dal lat. creare 'creare') con la protesi di una s distrattiva;
scurbutéco/a agg. e s. m.e f. di per sé in primis indica chi è affetto da scorbuto e solo figuratamente che, chi à un carattere scontroso, aspro, rozzo, volgare e scostante;
tranquillo l’etimo derivando la parola dall’unione del suffisso aggettivale eco/eca ← ico/ica con il sostantivo scurbuto (scorbuto che è dal lat. scient. mediev. scorbutus, derivato dall'ant. scandinavo skyr-bjugr, nome di una malattia (bjugr) causata dal latte cagliato;
tàmmarro agg.vo e s. maschile e solo maschile: non è né attestato, né né codificato un ipotetico femminile tàmmara; è un antico sostantivo (presente già nel D’Ambra, Andreoli, P.P.Volpe ed altri ) nel significato di colono,contadino e pure per ampiamento semantico sbirro; oggi è parola ancóra vivanel linguaggio popolare e vale ( epperò ormai solo come aggettivo) rozzo, volgare, ignorante , zotico e scostante; quanto all’etimo è parola derivata dall’arabo tammar = produttore e poi mercante di datteri; la voce napoletana è stata altresí influenzata dall’ omonimo ebraico tammar = pianta da datteri; semanticamente l’accostamento tra l’arabo tammar = produttore e poi mercante di datteri e la voce napoletana tàmmaro è da ricercarsi nel fatto che nell’inteso comune il colono, il contadino e pure lo sbirro oltre che il mercante sono individui carenti di educazione e buone maniere e dunque rozzi, volgari, ignoranti, zotici e scostanti;
terrazzano sost.vo maschile e solo maschile: non è né attestato, né né codificato un ipotetico femminile terrazzana; è altro antico sostantivo (presente già nel D’Ambra, Andreoli, P.P.Volpe ed altri ) nel significato di colono,contadino, nonché nativo ed abitante di un sobborgo rurale; per ampliamento semantico persona rozza, incolta, volgare quali normalmente sono intesi coloro che si dedicano al duro lavoro dei campi. Etimologicamente è parola derivata dal lat. mediev. terrazanu(m), deriv. del class. terra 'terra'; normale nel napoletano il raddoppiamento espressivo della z;
zampàmpero sost.vo ed agg.vo maschile e solo maschile: non è né attestato, né codificato un ipotetico femminile zampàmpera voce nata intorno al 1830 nel significato originario di guitto, attore miserabile, persona che vive in modo misero, squallido, attore comico che recita in piccole compagnie girovaghe, attore da strapazzo passato poi a significare cafone, tanghero, zotico, villanzone quale normalmente fu inteso chi si dedicava al duro, oscuro lavoro di saltimbanco. . Etimologicamente è parola derivata dal nome proprio d’un tal Luigi Anzampàber (mancano precisi dati anagrafici, ma il nome è riportarto nell’Enciclopedia dello Spettacolo di P. Gelli 1977, nonché nell’ Almanacco italiano pubblicato da Marzocco nel1960)
che appunto intorno al 1830 sosteneva le parti di Stenterello nella compagnia girovaga d’un tal Filippo Perini (anche di costui mancano precisi dati anagrafici); il cognome di Luigi Anzampàber venne nel corso del tempo variamente storpiato in Azempàmber, Azempambèr fino a Zampàmber donde i napoletani trassero il loro zampàmbero= guitto, attore miserabile, persona che vive in modo misero, squallido attore da strapazzo, attore comico che recita in piccole compagnie girovaghe, e poi cafone, tanghero, zotico, villanzone.
E veniamo alle ultime due vociper le quali ci troviamo in presenza di due parole usate in primis per indicare un oggetto e poi ,come accaduto per altre parole già esaminate (cfr. ciampruosco, calandriello etc.), passate ad indicare, per traslato, il villano, il rozzo, lo scortese, il maleducato come è inteso comunemente chi usi l’oggetto di cui qui di seguito:
zampitto s.m. ma nel traslato aggettivale anche femminile zampitta. In origine la voce a margine (s.vo maschile) indica un particolare tipo di calzatura rustica usata da contadini e/o montanari; nel traslato vale villano/a, villanzone/a, rozzo/a; etimologicamente il s.vo è legato alla parola zampa (di per sé 1 ciascuno degli arti degli animali; in partic., la parte dell'arto che tocca terra: le zampe del cavallo, del cane, della gallina, della mosca; le zampe anteriori, posteriori dei quadrupedi; animale a due, a quattro zampe; alzare, allungare le zampe | in cucina, la parte inferiore dell'arto, dal ginocchio in giù: una zampa di maiale arrosto | zampe di gallina, (fig.) rughe sottili che si formano intorno agli occhi | a zampa di gallina, (fig.) si dice di scrittura brutta e illeggibile. 2 spec. pl. (scherz.) gamba dell'uomo: camminare a quattro zampe, carponi; andare a zampe all'aria, cadere rovinosamente; (fig.) fallire | mano dell'uomo: qua la zampa!; giù le zampe!, si dice in tono minaccioso a chi cerca di mettere le mani su qualcosa
3 (non com.) gamba, piede di un mobile: le zampe della sedia, dell'armadio
4 struttura o dispositivo che per forma o funzione ricorda l'arto di un animale; quanto all ‘etimo si ritiene un incrocio di zanca con gamba di cui zanca è sinonimo.);
zappiéllo sost.vo e poi agg.vo maschile e solo maschile: non è né attestato, né codificato un ipotetico femminile zappélla; come s.vo indica una piccola zappa; la zappa è un attrezzo originariamente agricolo manuale usato nei lavori dei campi (ma poi (specialmente nella forma ridotta di zappetta) è oggetto usato anche da altri artieri: giardinieri, muratori ecc.); esso oggetto consiste in una lama, per lo piú di forma trapezoidale o rettangolare leggermente incurvata, infilata perpendicolarmente in un manico di legno; serve a rompere le zolle, fare solchi ecc. in napoletano la voce femminile zappetta (diminutivo di zappa che è dal lat. tardo sappa(m)) è diventata il maschile zappiello secondo il noto criterio che passim ò illustrato, per il quale gli oggetti maschili sono intesi piú piccoli ( anche ovviamente attraverso il diminutivo) dei corrispondenti femminili intesi piú grandi (cfr. ad es. alibi ‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo) ‘a carretta (piú grande rispetto a carretto piú piccolo )unica eccezione: ‘o tiano (piú grande rispetto a tiana piú piccola )etc. ; l’oggetto a margine passò poi nel traslato aggettivale, ad indicare il villano, il villanzone il rozzo cosí come pensato, nell’inteso comune, l’artiere che usi l’oggetto a margine.
E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento e soddisfatta l’amica N.C. e chi dovesse leggere queste paginette.
Satis est.
Raffaele Bracale


PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it
29/12/2008 11:59:55 - Ip: 85.18.136.92

AUGURI A TUTTI Rispondi
Gentili Amici,
insieme con tutto lo staff di Dialettando.com vi auguro un Sereno Natale con la speranza che il 2009 porti a tutti la realizzazione dei loro piccoli e grandi sogni.

Luciano Simonelli (visiting from Italy) - redazione@dialettando.com
25/12/2008 13:21:48 - Ip: 82.90.192.70

  Re: AUGURI A TUTTI
grazie degli auguri che ricambio di cuore.
Fra i miei desideri ci sarebbe quello di trovare un piemontese nel forum, ma non so se Babbo Natale ce la farà ad esaudirmi.
Un cordiale saluto a tutti.


ghitin (visiting from Italy)

29/12/2008 16:41:13 - Ip: 87.253.123.213

  Re: AUGURI A TUTTI
Ricambio con cordialità e stima gli auguri e spero che nel nuovo anno tra i partecipanti al forum ci sia qlcn lombardo, romano, siciliano che si prenda la briga di illustrarci diffusamente qualche parola dei loro idiomi regionali! Per ora sono pressocché solo e la solitudine non mi piace! Cu 'na bbona salute!
Raffaele


PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it

31/12/2008 18:17:09 - Ip: 85.18.136.92

AUGURI Rispondi
Auguri allo Staff ed a tutti i frequentatori del sito.
SANTO NATALE e PROSPERO 2009 cu 'na bbona salute!
Raffaele (Pagliuchella)

PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it
23/12/2008 08:59:15 - Ip: 213.140.19.124

Maramao Rispondi
Maramao!!!

Mi potete aiutare a indagare la storia e la possibile origine di questa strana voxe, parola?

berto (visiting from Italy) - alberto951@interfree.it
21/12/2008 09:41:32 - Ip: 79.38.249.59

  Re: Maramao
In Abruzzo c'è il "Lamento della vedova", forse settecentesco, il cui incipit, in qualche versione, è "mara maje" (< lett. 'male a me': 'povera me').


marco (visiting from Italy)

18/02/2009 23:46:14 - Ip: 82.61.83.202

UN’ANTICA PAROLA NAPOLETANA: SCHITTO Rispondi
Trascorsi tre mesi torno a trattare la voce in epigrafe sperando questa volta d'aver raggiunto un risultato soddisfacente.
Cominciamo col dire che in napoletano la voce schitto è attestata, sia nei piú vecchi vocabolaristi: D’Ambra – Andreoli – P.P. Volpe – Filopatridi etc.,che nei piú recenti D’Ascoli – Altamura – Salzano ( è inopinatamente assente in deFalco e Iandolo!) esclusivamente come avverbio: nel significato di soltanto, solamente, mentre la medesima voce è attestata non come avverbio, ma come sostantivo e/o aggettivo nel significato di scapolo – celibe
sia nel salentino (schiettu) che nel calabrese e nel siciliano ( cfr. Cortelazzo/Marcato che registrano schettu = schitto (voci calabresi - siciliane); ugualmente la voce schitto è attestata nel dialetto di Sezze romano ma quale aggettivo: solo, solo un poco
Pur grande sforzo, si può comunque accettare una qualche colleganza semantica tra soltanto, solamente e celibe, scapolo ed accettare altresí il passaggio di funzione grammaticale aggettivo&#8594;avverbio (fenomeno abbastanza frequente che avviene partendo dal valore non solo attributivo ma anche predicativo dell’aggettivo, p. e. “faccio solo questo”&#8594;”faccio soltanto questo”; “va’ tranquillo”&#8594;”và tranquillamente”). Quello che non mi convince è l’ipotesi etimologica formulata da Cortelazzo/Marcato; infatti i due studiosi parlano di una derivazione da un tedesco shleta (semplice)e la faccenda peggiora altresí se si compulsa il Pianigiani che pur prendendo in esame schitto come voce dialettale napoletana, la accomunana alla voce schietto (dal gotico slaiths=semplice, cfr. ted. mod. schlecht =di poco conto, cattivo)ed estensivamente puro,semplice, ingenuo. Ricordo anche, su suggerimento dell’amico prof. Armando Polito, che nel Salento (a parte Nardò dove “schiettu” è chiaramente usato nel senso di “sincero” riferito tanto all’uomo quanto al vino, a Martina Franca (Ta) esiste la locuzione “na schitte”=non solo, in cui è evidente l’avvenuto passaggio dalla funzione aggettivale a quella avverbiale. Ugualmente mi à lasciato perplesso e non convinto l’ipotesi sostenuta nel Vocabolario dei Filopatridi, dove al lemma “schitto” si legge: "SCHITTO Soltanto. Dall’italiano schietto, che vale semplice, non molteplice." Neppure m’à convinto (ça va sans dire) F.D’Ascoli che ipotizza un pretestuoso ed inconferente *exquitus da ex + quitus= pagato lontano – a mio avviso – le mille miglia dal significato di solo, scapolo etc.

A questo punto a mio avviso, se si vuol raggiungere una attendibile meta etimologica, occorre dare una decisa sterzata abbandonando tutte le strade battute sia da chi vede in schitto una derivazione da schi(e)tto, sia da chi vi lègge derivazioni tedesche o gotiche, sia da chi si inventa pretestuosi ed inconferenti *exquitus ed accettare l’idea che di partenza schitto sia stato un sostantivo/aggettivo nel significato di scapolo – celibe e solo successivamente abbia assunto la funzione avverbiale, la sola poi mantenuta nel napoletano, mentre altrove tale passaggio aggettivo &#8594;avverbio non sia avvenuto e schitto abbia continuato a rivestire la funzione di sostantivo/aggettivo significando esclusivamente scapolo – celibe. Messa cosí la faccenda a mio avviso penso che etimologicamente schitto sia da ritenersi voce derivata da una lettura metatetica del greco ektòs (posseduto, tenuto come marito) con la prostesi di una s (distrattiva) ottenendosi un sektòs lètto sketòs&#8594;scheto e poi schito ed infine schitto con raddoppiamento espressivo della dentale.
Il tutto con buona pace di Pianigiani, Filopatridi, Cortelazzo/Marcato & altri
17/12/08



PAGLIUCHELLA- NAPOLI (visiting from Italy) - raffaele.bracale@fastwebnet.it
17/12/2008 13:44:10 - Ip: 213.140.19.124

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